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Riaprono le scuole…

A cura della Commissione didattica di Fondazione ETS- ISR La Spezia1

Temi-chiave: Resistenza come “forzata scolarizzazione di massa”; Importanza dell’obbligo scolastico nelle aree libere della IV Zona operativa; Resistenza dalla e nella Scuola Superiore spezzina; Scuola superiore di élite e Scuola Superiore di massa; Democratizzazione della cultura, non massificazione della cultura e Costituzione

Premessa

Settembre 2026, riaprendo le scuole di ogni ordine e grado, abbiamo deciso di offrire ai lettori un articolo con il semplice intento di suscitare qualche spunto di riflessione tra storia, didattica, sfaccettature educative e… attualità.

Leggere, scrivere e far di conto nella Resistenza: una forzata scolarizzazione di massa?

Se ci limitiamo a leggere i documenti relativi alla Resistenza in IV Zona Operativa, quella che riguarda quindi direttamente la provincia della Spezia, ci rendiamo conto di come, pur nell’asprezza e nelle difficoltà contingenti, il problema della scuola, e comunque di una formazione culturale per un’intera generazione di giovani che aveva aderito alla lotta, fosse presente2.

Si trattava di procedere ad un’opera che sarebbe semplicistico definire di solo indottrinamento (che pure poteva anche esserci, basti pensare alla funzione formativa e di controllo dei Commissari politici) ma che aveva invece lo scopo più vasto di unire piano militare e piano pedagogico-morale, in una sorta di “scuola di vita”.

D’altra parte, solo così la progressiva articolata normativizzazione, opera del CLN e trasmessa “burocraticamente” attraverso i vari gradi di comando militare poteva essere recepita nei modi più corretti e funzionali ad una lotta ostinatamente unitaria nonostante le difficoltà, contro il nemico nazifascista, la cui sconfitta non era per niente scontata nel momento della scelta post 8 settembre 1943.

Con una qualche forzata attualizzazione da parte nostra potremmo perfino dire che il richiamo continuo dei Comandi superiori alla lettura e all’applicazione delle circolari emanate possa essere identificato con una specie di “analisi del testo”, visto che spesso, e lo si evince dalla documentazione, i destinatari non corrispondono pienamente, nell’applicazione, allo spirito e alla lettera delle consegne, come episodi di indisciplina, a dire il vero sempre più minoritari con il passare del tempo, denotano.

E tuttavia, tolta le forzatura consapevole per avere usato il termine “analisi del testo”, molto più neutro e “didattico” rispetto alla questione della disciplina/indisciplina, su cui si potrebbero spendere fiumi di inchiostro3, cerchiamo di immaginare che cosa dovette essere davvero per giovani4 che, nella maggior parte, avevano fatto solo la quinta elementare (frequentemente nemmeno quella5) confrontarsi con la burocrazia partigiana, con la necessità di tenere aggiornati gli elenchi dell’organico e delle risorse, di ricevere, leggere, capire, archiviare e diramare documenti, in declinazione dal Comando superiore della Zona a quelli di Brigata, di Battaglione, e da lì fino ai Distaccamenti e alle Squadre6.

In un certo senso avvenne una specie di scolarizzazione forzata che costrinse molti a confrontarsi con la parola scritta, difficile da usarsi sempre, ostica particolarmente nel caso di comunicazioni a carattere burocratico militare, come si può vedere nei documenti archiviati, perfino nel caso in cui gli scriventi siano diplomati. Proprio perciò, se è fondamentale impratichirsi del “mestiere delle armi”, nel quale sono gli ex militari, specie quelli che hanno trascorso più tempo in guerra, ad avere più esperienza, se per le esigenze collaterali legate alle conseguenze belliche sono necessari infermieri, medici, studenti universitari di medicina, oltre ad essi, riguardo alle questioni contabili, archivistiche e comunicative, vengono apprezzati coloro che “sanno scrivere” o che comunque profondono, anche con qualche sforzo, il loro impegno per farlo.

L’importanza della scuola come istituzione. Il caso della Scuola Elementare nelle aree libere del territorio spezzino (autunno 1944- aprile 1945)

Gli organismi resistenziali, e quindi non solo i singoli individui di cui abbiamo traccia nei ricordi e nelle corrispondenze, attribuiscono alla scuola un valore fondamentale, tanto che, nel momento in cui sorgono aree liberate da tedeschi e fascisti, rilevante è l’attività volta a ripristinare l’attività scolastica7.

Leggere le pagine di archivio che denotano una acclarata funzione non solo bellica, ma di vero e proprio governo delle istituzioni civili, scuola e Comuni, da parte delle forze resistenziali, ci consente di verificare come in un contesto tanto drammatico, quale quello del novembre 1944, emerga consapevole il pensiero di costruire. Guardiamo, sulla scorta dei documenti, che cosa succede per la Scuola elementare.

In data 3 novembre 1944 il Commissario “Mario”8 della Brigata Matteotti9 si rivolga al Comando I Divisione Liguria10 informandolo di avere preso accordi per poter procedere all’apertura della scuola di Varese Ligure, avendo notificato altresì tale intenzione al Provveditore agli Studi spezzino.

Puntuale e rapida è la risposta del Colonnello Fontana, il quale, in data 5 novembre, risponde in senso positivo a “Mario”, dicendogli che difficilmente però il Provveditore potrà chiedere al governo repubblicano11 il pagamento dei docenti e che comunque il Comando IV Zona si occuperà di inviare al Provveditore la richiesta.

Fontana non si ferma qui e passa alla formalizzazione della questione con una lettera in cui, rivolgendosi proprio al Provveditore e al CLN spezzino, li informa che sono stati presi accordi con la Direttrice di Sesta Godano, cui è stata lasciata “piena libertà per la scelta degli insegnanti”. Sempre Fontana assicura che il suo Comando “Garantirà la tranquillità e la sicurezza in quei paesi ove le scuole riprenderanno la loro attività”, osservando, a beneficio delle orecchie del Provveditore (quasi fosse del tutto scontato, ma sappiamo bene che così non era), come, nella situazione prospettata, sia inutile soffermarsi sull’opportunità che “insegnanti e impiegati siano regolarmente retribuiti”12.

Seguono ulteriori documenti: in uno, firmato dal Comandante del Raggruppamento Brigate Garibaldi “Vittorio”13, e in realtà precedente, se la datazione che si legge è corretta, alla lettera di “Mario”, apprendiamo che la direttrice di Sesta Godano ha richiesto il nulla osta al Comando I Divisione Liguria per far iniziare le scuole nei “paesi controllati dalle formazioni partigiane” e, al contempo, il nulla osta all’insegnamento per un maestro, ex ufficiale di complemento “che finora ha collaborato efficacemente con le formazioni partigiane”.

Il 14 novembre sempre Fontana comunica a tutte le Brigate dipendenti e al Maggiore Gordon Lett14 la riapertura delle Scuole elementari, precisando che sono avvenuti incontri in tal senso con “alta autorità scolastica15 della Provincia”, che la riapertura è stata convenuta nell’interesse delle popolazioni civili, che gli insegnanti scelti dovranno essere “idonei professionalmente e politicamente all’insegnamento”16, che entro il 25 novembre dovranno arrivare al Comando Divisione i nomi dei docenti e che a questi ultimi saranno pagati regolarmente gli stipendi da parte del Provveditorato.

I preziosi reperti di archivio conservano alcune schede originali da cui ricaviamo le generalità dei singoli docenti, quando si sono diplomati, la situazione materiale dei locali da adibire a scuola, ad esempio nel Comune di Varese Ligure (e sue frazioni). Le sedi elencate, a cura del Comune di Varese Ligure in data 1° dicembre, sono numerose, compresi i docenti addetti, e corrispondono “alle località17 di questo Comune già sedi di scuole con l’indicazione del maestro incaricato dell’insegnamento”18.

Si arriva così al 3 dicembre 1944, quando il Comando della I Divisione Liguria, rivolgendosi alle Brigate dipendenti ordina che chi non abbia ancora ottemperato a inviare l’elenco degli insegnanti lo faccia e che le attività scolastiche riprendano immediatamente motivando, dove ciò non sia avvenuto, la causa.

Altra documentazione della ripresa scolastica riguarda la zona controllata dalla Colonna Giustizia e Libertà. Abbiamo perciò, in data 3 dicembre 1944, una corrispondenza19 da parte del Comando I Divisione Liguria con il Comando della Colonna. Dal documento20 apprendiamo i nomi delle sedi scolastiche e dei maestri che insegnano presso di esse. Le scuole sono sei: una a Castello di Madrignano, due a Tranci, una a Bruscarolo, una a Usurana e una al piano di Madrignano. Apprendiamo anche che tra i maestri impiegati, quattro sono partigiani del Gruppo “Cavallo” di GL.

La popolazione, sia residente che sfollata, sembra non limitarsi però ad accogliere con passiva soddisfazione l’attività scolastica in corso, ma vigila sulla qualità di essa, tanto che in data 2 febbraio 1945, “Otello” (cioè Lorenzino Tornabuoni, Comandante della Colonna GL), rivolgendosi ai Comandanti dei due Battaglioni da cui la Colonna è composta, riporta le lamentele della popolazione stessa riguardo al fatto che “le lezioni vengono impartite quasi come un passatempo”, invitando i Comandanti ad intervenire presso i rispettivi Commissari politici per vigilare ed eventualmente per sostituire gli “insegnanti inadatti”21.

Va notato infine come la questione scuole rimanga nel corso dei mesi ben presente al Comando I Divisione Liguria-Picchiara, tanto che quest’ultimo, in data decisamente posteriore, e cioè il 4 aprile 1945, poco prima della Liberazione, continua ad occuparsi22 di essa e avverte la Brigata Centocroci che “ferme restando le vostre attribuzioni riguardanti la zona adi Varese Ligure, non avete alcuna funzione di carattere ispettivo scolastico nella zona di Sesta Godano23”.

Massima attenzione, dunque, alla scuola e alla qualità dell’insegnamento24, consapevolezza insomma che le istituzioni scolastiche sono fondamentali per la vita civile e che esse vanno preservate, anche quando l’urgere della guerra sembra sovrastare tutto.

La Scuola Superiore tra guerra e Resistenza: alcuni flash

Ci siamo finora occupate di Scuola Elementare, nelle zone libere da tedeschi e fascisti, durante la Resistenza. Quanto alla Scuola Superiore, che, concentrata fondamentalmente alla Spezia e a Sarzana, era in un territorio controllato dalla RSI, ricordiamo che essa, come d’altra parte la maggior parte della cittadinanza, ebbe vita assai difficoltosa a causa della guerra, dei bombardamenti, della sorveglianza25 fascista nei confronti di studenti e docenti ritenuti a torto o a ragione non affidabili26, di rastrellamenti e retate.

A proposito della situazione di emergenza ricordiamo che nel 1944 vennero sospesi gli esami di riparazione autunnali, per cui nella sessione estiva ci furono, e gli scrutini avvennero precocemente, bocciati o promossi27.

Le vicende di quel periodo emergono soprattutto dalle testimonianze che nel corso degli anni sono state rilasciate da docenti o studenti dell’epoca.

Tra tutte, funzionale all’argomento che trattiamo, è quella di Aldo Violanti28, famoso professore di Storia e Filosofia nel Dopoguerra, giunto alla Spezia da Torino già nel novembre 1942. Approdò al Liceo Classico Costa, di cui lascia un vivido spaccato sia riguardo all’atmosfera che riguardo alle persone.

Emerge dalla sua narrazione la vita reale e quotidiana di docenti e studenti delle Scuole Superiori, sia prima dell’8 settembre che dopo tale data. Violanti parla così degli altri docenti, dell’intervento a scuola con funzione di controllo da parte di militari29, dei rifugi antiaerei, dapprima alla Prefettura e poi in via Veneto, del bombardamento che distrugge completamente la sede dell’Istituto Magistrale in cui insegnava la moglie, dello sfollamento della sua famiglia a Corniglia, del fatto che il Liceo Costa proprio a causa dei bombardamenti era stato in parte trasferito30, del fatto che la sua casa di sfollato era stata perquisita dai tedeschi dopo l’8 settembre e che, di conseguenza, avesse dovuto poi nascondersi per un certo periodo.

Se dovessimo invece illustrare il rapporto tra Resistenza e Scuola spezzina con particolare riguardo appunto a quella Superiore, argomento di questo paragrafo, allo scopo di individuare sia figure di docenti che di studenti che hanno partecipato alla Resistenza e che spesso sono purtroppo tragicamente caduti31 nel corso di essa, riterremmo utile, opportuno e bibliograficamente corretto citare innanzitutto gli Atti del Convegno del 9 dicembre 1994 “Antifascismo e Resistenza nella e dalla scuola spezzina”.

Il Convegno, promosso da ISR La Spezia, dal Comune e dall’Amministrazione provinciale della Spezia, presenta comunicazioni preziose riguardo all’argomento32. L’elenco dei titoli dei vari interventi che forniamo in nota rende solo in minima parte la ricchezza dei nomi, dei contenuti e delle riflessioni che gli Atti contengono.

Spesso, cammin facendo, lasciamo sugli scaffali pubblicazioni apparentemente vecchie, mentre sarebbe davvero il momento di rispolverarle (in occasione dell’Ottantesimo della Liberazione, non a caso, ISR La Spezia ha coniato il termine “rispolverare la storia”).

Tra le comunicazioni spicca, per vivacità di memoria e acutezza di interpretazione, quella di Lucio Roberto Rosaia33 il quale ricorda il suo professore di Storia e Filosofia, Ennio Carando. Rosaia aveva 17 anni e, quando lo conobbe, frequentava l’ultima classe del Liceo Classico Costa, Carando ne aveva 37.

La comunicazione ricostruisce sinteticamente la vita, la formazione culturale di Carando, quello che hanno detto Ludovico Geymonat e Norberto Bobbio di lui, la sua venuta alla Spezia, per soffermarsi poi su alcuni tratti del suo insegnamento.

Dice, tra l’altro, Rosaia: “Il nostro professore e amico ci aveva portato per mano a scoprire la nostra maturità e la nostra giovinezza nella sovranità della coscienza morale, ci aveva portato a scoprire che etica e politica vanno distinte ma non vanno disgiunte”, sottolineando come egli avesse una concezione “etico-religiosa della funzione dell’intellettuale e dell’educatore” di cui “ha dato la prova con la sua stessa morte34”.

Sempre Rosaia osserva: “Mi parve sempre che una delle caratteristiche della sua forte personalità fosse la ferrea coerenza del suo pensiero, a cui si aggiungeva la convinzione che la coerenza di un pensiero si rivelasse principalmente nella capacità di promuovere e dirigere l’azione, e che pertanto l’azione dovesse essere conseguente al pensiero”.

Tra ieri e oggi, tra scuola di élite e scuola di massa

Emergono dalle pagine rispolverate figure di docenti35 per molti versi eccezionali, che vanno conosciute e rispetto alle quali, anche riguardo alle più prestigiose e gloriose, occorre però porre la necessaria distanza storica che ci consenta di vederne appieno la grandezza, senza la tentazione spesso ricorrente di farne un cardine, anzi, il cardine di riferimento.

La conclusione potrebbe essere altrimenti quella di rimpiangere la situazione in cui il rapporto educativo passava attraverso una relazione quasi carismatica tra docente (non tutti i docenti, però, anzi, la minima parte anche allora) e alunni, per cui spesso le classi, là dove ci fossero insegnanti di prestigio e capaci, diventavano dei veri e propri cenacoli. Ma tale rimpianto sarebbe completamente decontestualizzato e non potrebbe reggere oggi. Infatti, la scuola degli anni Quaranta era una scuola di élite, ben diversa dalla scuola di massa attuale.

La situazione odierna è ben diversa: la scommessa più importante, e sinceramente mai davvero vinta nel secondo Dopoguerra, nonostante gli articoli della Costituzione al riguardo36, è probabilmente quella di democratizzare la cultura, non di massificarla.

Il problema è come farlo. Se infatti gettiamo uno sguardo sull’oggi, puntandolo sulla evidente problematicità e confusione delle fonti di “istruzione”, sulla progressiva scarsa qualità di esse, prima fra tutte, a prescindere dalle riflessioni sul cambiamento antropologico che comporta, quella legata all’uso massivo e poco o niente consapevole dell’Intelligenza artificiale, sulla situazione che i docenti devono affrontare quotidianamente e che è come minimo complessa, tutto ciò accresce la preoccupazione di coloro che sono sinceramente interessati alla funzione culturale e civile della scuola.

Riassumendo, e pensando alla Scuola Superiore, possiamo in sintesi osservare che nel secondo Dopoguerra la figura del docente e il suo rapporto con i discenti è rimasto fondamentalmente ancorato, fino a circa la metà degli anni Settanta del Novecento, a canoni anteriori: per cui, nel caso si verificassero situazioni eccezionali di preparazione ed empatia (non sempre necessariamente connesse tra loro) si formava una sorta di aristocrazia intellettuale che si reggeva comunque sulla personalità del singolo docente, ma, e lo sottolineiamo, solo in quei casi.

Con la riforma che rendeva obbligatoria ed unica la Scuola Media negli anni Sessanta e con l’entrata successiva nella Scuola Superiore da parte di fasce di popolazione mai pervenute ad essa in precedenza, i contesti sono cambiati, tuttavia, non sempre le modalità di insegnamento-apprendimento37 ne hanno tenuto conto.

Va detto che non si trattava di abbassare il livello, bensì di rendere fruibile la cultura anche a chi partisse da situazioni tali da rendere difficoltoso l’accesso all’istruzione superiore, elevando il livello culturale complessivo di tutti, nel rispetto delle singole differenze. Non una scuola facile, ma una scuola giusta.

Il dibattito forse più importante, e per certi aspetti più fecondo sulla questione, è avvenuto sulla scia dei Decreti Delegati del 1974.

Senza pretendere di fare la storia di quegli anni, si può dire che mai come allora più generazioni di docenti, tra esse soprattutto quella formatasi nel clima del Sessantotto, cercarono di individuare le caratteristiche di una scuola nuova, aliena dalla massificazione, attenta ai bisogni dei discenti, senza trascurare la corposità delle materie o, in talune visioni, delle aree disciplinari, una scuola in cui i docenti riuscissero a lavorare davvero insieme38.

Qualcuno ha parlato, per quella fase, di un eccesso di linguaggio “didattichese” e “pedagogese” che quasi avrebbe messo in ombra i contenuti, perché solo nei contenuti e nella passione del singolo consisterebbe davvero fare scuola39. Tuttavia, se ripercorriamo nel loro complesso i documenti di quegli anni, e questo articolo non è la sede per farlo ma propone, in qualche modo, di farlo per guardare avanti, vediamo che non è così.

Tutta la scuola, di ogni ordine e grado, fu per almeno due decenni un vero pullulare di energie a confronto, di accanite discussioni che, pur approdando spesso a opinioni diverse tra loro, avevano il merito di affrontare la questione, non lasciandola solo a direttive e circolari o ai così detti esperti che mai hanno affrontato la quotidiana fatica dello stare in classe, cioè il mestiere dell’insegnante.

Gli esperimenti forse più organici avvennero in quel tempo ormai lontano grazie a innovazioni strutturali e metodologiche che trovarono il loro corrispettivo specie nelle Sperimentazioni derivanti dai Decreti Delegati.

Nella provincia spezzina, per quanto riguarda la Scuola Superiore, sicuramente il laboratorio più importante fu quello della Maxisperimentazione autonoma del Fossati40 di cui rimangono tracce documentarie varie ed una sintesi preziosa, ad uso dei posteri, risalente al 2004.

A livello nazionale va sicuramente ricordata tutta la collana della rivista “Sensate Esperienze” (numero zero, ottobre 1987; numero 57-58, giugno/settembre 2003) che si assunse il compito di analizzare le sperimentazioni e innovazioni, sia attuate che emergenti, fare proposte, impostare confronti, promuovere dibattiti e che ebbe un certo impatto didattico anche sulle così dette scuole di ordinamento (che seguivano cioè piani di studio tradizionali) o nelle così dette Sperimentazioni ministeriali assistite.

Sempre a proposito dell’incessante elaborazione di quei decenni ha, in sede di bilancio nazionale, particolare valore documentario un libro41 uscito recentemente e che ha il grande merito di mettere insieme pezzi di storia scolastica relativi a varie realtà significative sparse nella penisola sulle quali potremmo riflettere nell’urgere dell’attuale contingenza.

Sarebbe insomma utile cimentarci in un ragionamento rigoroso sulla scuola in generale e sul suo rapporto con la società, evitando però le tentazioni di istituire paragoni schematici tra passato e presente, tra Scuola superiore elitaria e Scuola superiore di massa, non prendendo dunque a criterio di riferimento figure splendide, anche per la grandezza del loro sacrificio, ma impegnandoci almeno, come collettività pensante e proponente, per dare attuazione alla Costituzione, resa possibile dal sacrificio e dalla lotta di tanti, tra essi anche studenti e docenti, italiani e spezzini.

Note

1 La Commissione è formata da: Patrizia Gallotti, Presidente ISR, Maria Cristina Mirabello, Vicepresidente ISR, già docente di Italiano, Storia, Linguistica e poi di Storia e Filosofia, Marcella D’Imporzano, Responsabile Area didattica di ISR, già docente di Diritto ed Economia, Linda Raggio, delegata ai rapporti con i Dirigenti scolastici, già Dirigente Scolastico. Maria Cristina Mirabello è autrice della parte più propriamente storica dell’articolo. La figura del docente tra passato e presente è stata oggetto di riflessione da parte dell’intera Commissione.

2 Il problema evidentemente non riguardava solo i giovani e, tuttavia, questi ultimi costituivano la fascia di età più notevole, perché la Resistenza è per ragioni anagrafiche e fisiche costituita soprattutto da essi. Numerose sono le testimonianze di chi riferisce come, specie di sera, avvenissero letture, discussioni, appoggiate talvolta a riassunti scritti, anche se fondamentalmente le modalità di istruzione erano orali.

3 V., a livello esemplificativo, M.C. Mirabello, Storia del Battaglione garibaldino “Melchiorre Vanni”. IV Zona Operativa, Edizioni Giacché, 2025, in particolare Capitolo 9 (Dal prima al poi: tentativi di normazione e norme, infrazioni, sanzioni/punizioni, in un quadro storico-giuridico eccezionale).

4 La Resistenza militare è, come già detto, per ragioni anagrafiche e fisiche costituita infatti prevalentemente da leve giovanili.

5 I casi di scolarizzazione oltre la quinta sono, per come si desume dai documenti rimasti, che non sempre sono esaustivi a tale proposito, molto contenuti.

6 Si pensi anche ad altre operazioni non solo linguistiche, di cui permane eco nei documenti: ad esempio leggere mappe, individuare in base ad esse distanze e percorsi, disegnare simboli, usare eventuali crittogrammi.

7 AISRSP, Fondo III, Attività amministrativa IV Zona Operativa, fascicolo 639 (tutto).

8 V. Tullio Podestà.

9 Per le successive probabili attribuzioni di competenza territoriale scolastica rispetto alle varie formazioni, v. Nota 23.

10 A novembre Mario Fontana è Comandante della I Divisione Liguria. Con la ristrutturazione degli organici del dicembre 1944 comanderà la sovraordinata IV Zona Operativa.

11 Quindi, della RSI.

12 Fontana, che ha espresso a “Mario” la sua perplessità sul fatto che il Provveditorato possa procedere a pagare gli stipendi dei docenti, nella lettera al Provveditore, dà volutamente per scontato, con un abile artificio retorico, che il pagamento da parte dell’istituzione avvenga.

13 Luciano Scotti “Vittorio” si rivolge al Comando I Divisione Liguria in data 1° novembre. Con la ristrutturazione del dicembre 1944, Luciano Scotti diventerà Comandante della I Divisione Liguria-Picchiara.

14 V. Gordon Lett.

15 Dunque, il Provveditore.

16 Occorre puntualizzare che l’avverbio “politicamente” è sottolineato nel testo e che entro il 25 novembre avrebbero dovuto arrivare al Comando I Divisione i nomi designati.

17 Capoluogo, San Pietro Vara, Buto, Montale, Costola, Teviggio, Porciorasco, Caranza, Taglieto, Scurtabò, Cassego, Comuneglia, Valletti, Salino, Codivara, Cavizzano, Trenzanasca. Le sedi elencate corrispondono, per come si capisce, dunque alla situazione territoriale burocratica, ma non sappiamo se esse siano tutte effettivamente funzionanti. Il Comune dichiara comunque al Comando I Divisione Liguria: “Nel comunicare che le lezioni hanno già avuto inizio significa che non mi risulta vi siano insegnanti disoccupati tra gli sfollati e così pure nessuno di essi si è rifiutato di assumere l’insegnamento”.

18 La quantità di documenti di cui disponiamo in archivio è sicuramente minima rispetto all’attività scolastica del periodo (compresa la burocrazia contestuale), ma ci consente di leggere (non sappiamo però con quale data di riferimento), scritti in calligrafia, l’elenco dei nomi dei maestri di ruolo del Comune di Varese Ligure, Sesta Godano, del personale provvisorio e delle proposte relative ad esso per Varese Ligure, Carro, Maissana. Ogni nome è corredato dalle generalità anagrafiche e dal luogo di residenza.

19 La comunicazione riprende chiaramente l’informativa arrivata al Comando I Divisione Liguria da parte del “Partito d’Azione, Volontari della Libertà, Zona Mad. [NdR: cioè Madrignano] comandante del Gruppo ‘Cavallo’” di GL, comprese le rimostranze in essa contenute riguardo al fatto che nella zona di Madrignano i posti di insegnamento sarebbero stati assegnati “con poca giustizia”.

20 Parte notevole del documento è dedicata al personale assegnato alle sedi scolastiche, all’opportunità di alcune nomine, compresa la questione degli accordi intervenuti con il Provveditorato della Spezia cui, secondo la comunicazione, non spetterebbe la giurisdizione su Madrignano che competerebbe invece alla provincia di Apuania, con le conseguenze economiche derivanti da ciò (il Provveditore spezzino aveva accettato l’accordo economico solo relativamente alla provincia di sua competenza). Riguardo al seguito dei pagamenti, al loro effettivo corso e alle modalità temporali relative, non abbiamo materiale atto a documentarlo.

21 La comunicazione di Tornabuoni in data 2 febbraio riprende quasi alla lettera una circolare emanata in data 1° febbraio 1945, quindi il giorno precedente, dal Comando I Divisione Liguria-Picchiara. Firmata dai massimi esponenti di quest’ultimo, cioè da “Vas” (Commissario politico Giovanni Ceragioli) e da “Gonzaga” (Comandante Luciano Scotti), risulta indirizzata a tutti i Comandi dipendenti (dunque, non solo a GL), ha per oggetto “Insegnanti elementari” e lamenta la scarsa qualità dell’insegnamento in generale, compresa la necessità, in casi gravi, di “procedere all’immediata sostituzione dell’insegnante inadatto”.

22 In questo caso burocraticamente, riguardo alle competenze territoriali delle formazioni partigiane, ma ciò significa, in definitiva, che le scuole funzionavano.

23 Probabilmente la zona di Sesta Godano competeva in quel momento al Battaglione Matteotti-Picelli.

24 Non abbiamo carte che possano confermare o negare la veridicità delle lamentele. Tuttavia, abbiamo ritenuto di riferire la questione soprattutto per far capire l’importanza attribuita alla scuola stessa.

25 Si consumano in questo contesto grandi e piccole angherie, ad esempio quella per cui Paolo Faggioni, studente del Liceo Scientifico, viene bloccato da militi della X MAS che gli tagliano i riccioli (per la sua biografia, v. più avanti).

26 Della sorveglianza sul Liceo Costa parlano alcuni testimoni (v. più avanti).

27 Tale precocità burocratica, indusse taluni studenti che avevano già fatto la scelta di andare in montagna, ad anticiparla.

28 Testimonianza di Aldo Violanti in F. Martinelli, Città italiane in tempo di guerra, La Spezia 1940-1945, Liguori Editore, 2003, pp. 263-271.

29 Ad esempio, di un interrogatorio per essere stato visto parlare con Ennio Carando, docente di Storia e Filosofia (per quest’ultimo v. più avanti).

30 A seguito del bombardamento e distruzione della sede del Comune in Piazza Beverini, essendo stato collocato il Municipio nel Palazzo degli Studi di Piazza Verdi, sede del Liceo Costa, per quest’ultimo erano state previste delle sezioni fuori sede, una a Levanto e una a Sarzana.

31 Per alcuni riferimenti ai caduti, docenti e studenti, v. Ennio Carando, Ubaldo Cheirasco, Paolo Faggioni, Vittorio Sturlese.

32 A una sintetica prefazione riassuntiva dell’argomento, opera di Ferruccio Battolini, seguono Ricordo di un insegnante: Ennio Carando di Lucio Roberto Rosaia; Testimonianza di un “maturo” del 1940 di Cesare Godano; Testimonianza di un liceale della fine degli anni ’30 di Giuseppe Fasoli; Alberico Benedicenti di Giulivo Ricci, Il Liceo Classico Costa come laboratorio di libertà di Patrizia Gallotti; L’Istituto Magistrale Luigi d’Isengard come palestra di libertà politica di Angelo Landi; Testimonianze del Liceo Parentucelli di Sarzana di Franco Franchini; Sul clima culturale di quegli anni di Roberto Natale; Vittorio Sturlese: appunti sulla sua permanenza a San Venerio di Laura Lotti; Il Liceo Costa dall’antifascismo alla libertà di Lucio Carassale.

33 Sindaco della Spezia dal 1993 al 1997.

34 Come dice sempre Rosaia, Carando è infatti morto il 5 febbraio 1945 a Villafranca Piemonte, fucilato dalle Brigate nere, insieme al fratello Ettore (ufficiale in servizio permanente effettivo e allora in servizio presso una Divisione Garibaldi) e a un vecchio militante comunista, l’operaio Leo Lanfranco”.
Carando, decorato di medaglia d’oro al VM alla memoria, si era trasferito in Piemonte, sua terra di origine, e qui era diventato Ispettore nelle Divisioni Garibaldi, dopo che nell’estate 1944 il primo CLN spezzino, in cui egli rappresentava il Partito comunista, era stato oggetto di arresti e deportazioni, risultando praticamente liquidato. Per una visione sintetica del personaggio v. Ennio Carando. Per la storia del CLN La Spezia v.
Sulla figura di Carando v. anche, di recente pubblicazione, G. Pagano Ennio Carando un filosofo nella Resistenza, Biblion edizioni, 2025.

35 La Scuola Superiore e il suo personale docente furono, come, del resto, tutta la scuola italiana, fortemente irregimentati dal fascismo. Anche se spesso nelle pagine sull’antifascismo e sulla Resistenza spezzina emergono alcuni nomi di docenti, essi furono un’eccezione. Si tenga inoltre conto che in generale, specie nei Licei classici, la “classicità” romana venne rivisitata pesantemente ad uso della propaganda ufficiale. Sulla strumentalizzazione del mondo antico da parte del regime fascista v. L. Canfora, Ideologie del classicismo, Giulio Einaudi 1980, ma anche Edizione speciale per RCS MediaGroup 2026 (con particolare riferimento a due capitoli: Sulla cultura italiana durante il fascismo e Cultura classica e fascismo in Italia).

36 V. articoli 3, 33 e 34 della Costituzione italiana.

37 Si potrebbe anche essere tentati dall’individuare modalità valide per sempre, metastoriche, ma forse non è proprio così.

38 Mettendo insieme, non come parole vuote, la collegialità e la programmazione, del singolo e del gruppo/gruppi di riferimento, rendendo possibile in qualche modo anche un imparare dagli errori e dal confronto.

39 Quasi che il fare scuola dipendesse solo da una sorta di capacità originale e propria della persona come tale, per cui il docente o “sa stare in cattedra” o non c’è niente da fare.

40 Sperimentazioni meno ampie ci furono anche in altre Scuole, tra cui il Liceo Parentucelli di Sarzana, il Liceo Mazzini (allora Istituto Mazzini), l’Istituto Cardarelli e l’allora Istituto Da Passano della Spezia (quest’ultimo oggi unificato con il Fossati). La Maxisperimentazione del Fossati promosse due Convegni nazionali a Villa Marigola, di cui il primo, nel dicembre 1984, avviò il coordinamento delle Maxisperimentazioni italiane ed il secondo, nel 1997, mise insieme le fila nazionali tessute in tutti quegli anni. Il documento-base per conoscere la vicenda di questa Maxisperimentazione è il volumetto ITCS A. Fossati, AAVV, 30 anni di Sperimentazione 1974-2004, Alpicella grafica, 2004. Nel volumetto v. in particolare M. Viarengo Busoni La Maxisperimentazione: nascita e contesti, pp.9-33. La Maxisperimentazione, profondamente cambiata già negli anni Novanta, quindi ridotta negli indirizzi, vide le sue ultime quinte uscire nel 2014-15 (de jure, era perciò conclusa cinque anni prima).

41 M. Muffatto Lo Sperimentale “Stefanini” di Mestre. Tra gli anni Settanta e Ottanta nella storia della città e della scuola italiana, CLEUP SC, 2026.

Un ricordo corale, una visione unitaria: 25 aprile 2026

A cura di ETS-ISR La Spezia

L’Istituto Spezzino per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea, con il patrocinio del Comune della Spezia, in collaborazione con l’Alliance Française e con l’Associazione Culturale Italo-Tedesca, ha celebrato quest’anno la Festa della Liberazione1 in una dimensione storicamente allargata, ricordando, con versi e musica, la Resistenza italiana e alcune Resistenze europee, nel drammatico contesto della Seconda Guerra mondiale2.

Dalla sceneggiatura delle rappresentazioni, una al mattino per le scuole e una al pomeriggio per la cittadinanza, avvenute il 15 aprile 2026 al Teatro Dialma Ruggiero (La Spezia), ritagliamo le caratteristiche della IV Zona Operativa ligure (la nostra), per ricordarle in modo storicamente appropriato, compresa la partecipazione di più componenti di pensiero al moto resistenziale, così come il sacrificio di molti, che, appartenenti alle formazioni armate o alla rete clandestina urbana o alla popolazione civile3, caddero in città o sulle montagne e/o vennero deportati4, subendo spesso la morte nei campi di sterminio nazisti. Solo tale partecipazione, anche ideologica, plurale5, che ISR esplicita sempre, e con particolare cura quando la comunicazione è diretta alle Scuole6, ha reso possibile la liberazione da tedeschi e fascisti dell’Italia, aprendole la strada verso un avvenire democratico e più giusto, compresa la possibilità per le donne7 di votare (Costituente ed Elezioni amministrative del 19468).

Dalla sceneggiatura

“… La Resistenza italiana è ben nota a tutti. Fu ricostruzione della patria, una patria democratica, dopo il dramma dell’8 settembre 1943. Fu Resistenza di una moltitudine in cui per la prima volta ebbero una parte significativa le donne. Fu Resistenza politicamente unitaria dei partiti antifascisti organizzati nel Comitato di Liberazione Nazionale, fu, nella nostra zona, Resistenza militare specialmente sulle montagne e costruzione di reti clandestine in città. Fu Resistenza di categorie diverse della popolazione, fu Resistenza di giovani, tantissimi giovani, e di generazioni più anziane, fu Resistenza attiva, fu Resistenza protettiva, fu Resistenza di laici e di religiosi9, fu comunque Resistenza, un vero e proprio ‘romanzo di formazione’, con peripezie, momenti di arresto, maturazione anche dolorosa, contro tedeschi e fascisti. E fu una Resistenza che costò centinaia di morti sulle montagne e in città, e centinaia di deportati e morti nei campi di sterminio nazisti…”.

Bracciale di riconoscimento (nei giorni della Liberazione) di una donna appartenente alle SAP spezzine.

“…Per la IV Zona Operativa ligure, la nostra, facciamo solo tre nomi in rappresentanza di tutti: Pietro Mario Beghi, Segretario del CLN spezzino, Colonnello Mario Fontana, Comandante della IV Zona Operativa, Tommaso Lupi, Commissario politico della IV Zona Operativa.
Sicuramente la Resistenza militare sulle montagne non avrebbe potuto sopravvivere all’inverno durissimo e pieno di neve del 1944-1945. Mancava il cibo, non c’erano vestiti adatti, i tedeschi e i fascisti cercarono di dare una spallata ai resistenti con il drammatico rastrellamento del 20 gennaio 1945, ma non ci riuscirono, grazie anche alla popolazione, che protesse i combattenti e che, nel caso di Serò di Zignago, prese le armi insieme a loro…”.

Stralcio dalla “Mappa della Liberazione della provincia della Spezia”, edita in occasione del Sessantesimo della Liberazione (1945-2005).

“…Nel 1959, quando già si poneva il problema di come far passare il messaggio resistenziale da una generazione all’altra, Italo Calvino immaginò che un partigiano si rivolgesse direttamente a una ragazza ‘dalle guance di pesca’, per spiegarle, senza retorica, che cosa lo aveva spinto a fare la scelta della Resistenza, ad andare ai monti, a guardare oltre il ponte, a compiere, nonostante, e ciò viene detto chiaramente, ‘che non fossimo santi’, una scelta di fondo tra bene e male, per rendere possibile ‘l’avvenire di un giorno più umano e più giusto più libero e lieto’. Un avvenire scritto a lettere ben chiare nella Costituzione italiana, frutto della Resistenza”.

25 aprile 1945, La Spezia. Sfilata dei partigiani. In testata esponenti del Comando della IV Zona Operativa.

N.B. Immagine di copertina tratta dal racconto a fumetti di Yassine Essaid e Gianluca Broccini: La conquista della Libertà, pubblicata in Sentieri di Libertà – storie a fumetti, Fondazione ETS ISRSP, La Spezia, 19 aprile 2024


Note

1 V. a tale proposito l’articolo pubblicato lo scorso anno https://www.isrlaspezia.it/80-anniversario-di-una-giornata-particolare-25-aprile-1945-alla-spezia/ (a cura di Patrizia Gallotti e Maria Cristina Mirabello).

2 V. https://www.isrlaspezia.it/resistenze-tra-europa-e-italia-nella-seconda-guerra-mondiale-musica-e-versi-raccontano-la-storia/.

3 V. https://www.isrlaspezia.it/la-pluralita-resistenziale-e-le-vittime-civili-nello-stradario-di-un-quartiere-il-favaro-la-spezia/ a cura di Patrizia Gallotti e Maria Cristina Mirabello).

4 V. https://www.isrlaspezia.it/una-giornata-particolare-21-novembre-1944-il-grande-rastrellamento/ (a cura di Doriana Ferrato, Presidente ANED).

5 La pluralità ideologica della Resistenza in IV Zona (e delle sue formazioni) è ben ravvisabile in https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/ ( a cura di M. Cristina Mirabello).

6 V. https://www.isrlaspezia.it/didattica/offerta-formativa-anno-scolastico-2025-26/ (responsabile Area didattica: Marcella D’Imporzano; per Territorio e Memoria: Sandro Centi).

7 La Resistenza è per le donne un momento cruciale di presa di coscienza e un modo per affiorare alla luce della storia.
Per i dati più aggiornati sul numero di donne riconosciute come partigiane o patriote in IV Zona, v. M. Elisabetta Tonizzi, Irene Guerrini, Marco Pluviano, Partigiane nella Resistenza in Liguria 1943-1945, De Ferrari, 2026.

8 V. https://www.isrlaspezia.it/il-ruolo-delle-donne-nella-nostra-storia/ (rassegna a cura di Annalisa Coviello)

9 V. a titolo esemplificativo https://www.isrlaspezia.it/wp-content/uploads/2024/12/Bertoni-Giovanni-e-Rossi-Pio-rotatoria.pdf e https://www.isrlaspezia.it/wp-content/uploads/2014/07/Scarpato-Mario-don-largo.pdf (a cura di Maria Cristina Mirabello).

Quando infuriava la bufera…

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Mirco Carrattieri

Scarpe rotte, eppur bisogna andar. Una storia della Resistenza in 30 oggetti.

Dialoga con la giornalista Annalisa Coviello

Alle ore 11.00 il relatore incontrerà gli studenti dell’Istituto Superiore Statale “Vincenzo Cardarelli”.

Attività della Fondazione ISR-SP nel periodo ottobre 2024-maggio 2025

La Fondazione ETS Istituto spezzino per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea ha svolto molte attività nel periodo ottobre 2024 – maggio 2025.

Di seguito si possono trovare riassunte ed illustrate sia le quattro attività organizzate dalla Commissione Didattica nell’anno scolastico 2024-25 con gli studenti e i docenti delle scuole della Spezia e di Sarzana, sia le iniziative che la Fondazione ha  destinato al pubblico (presentazione di libri, interventi con storici, eventi commemorativi.

L’Italia in Etiopia. 1935 – 1941. Una sintesi

A cura di Nicholas Lucchetti, socio Fondazione ETS- ISR La Spezia, docente di Storia e Filosofia presso ISS “Vincenzo Cardarelli”.

1. Una guerra lampo

L’Italia, ultima arrivata nella corsa all’Africa, tentò di costruire un proprio impero oltremare sul finire dell’Ottocento, decidendo di implementare una politica coloniale essenzialmente per ragioni di prestigio politico. Unificatasi appena pochi anni prima, nel 1885 l’Italia, con il beneplacito dell’Inghilterra desiderosa di arginare l’espansionismo francese nell’area frapponendovi una potenza minore, sbarcò sulla sponda africana del Mar Rosso. Fu quello l’avvio di una penetrazione verso l’interno culminata, appena due anni dopo, nel primo scontro con l’impero etiopico che sarebbe presto divenuto l’obiettivo primario dell’espansione italiana nel Corno d’Africa. L’Italia liberale non fu in grado di vincere le forze etiopiche e sul finire del secolo vide pesantemente frustrate le proprie ambizioni di grande potenza mediante la disfatta di Adua del 1896. Pochi anni dopo l’Italia giolittiana muoveva guerra all’impero ottomano per impossessarsi della Libia, non ancora conquistata da nessuna potenza europea. Vinta la guerra nel 1912, Roma guadagnò un controllo formale ma non sostanziale del territorio, limitato alla sola zona costiera. Per il varo di una politica coloniale di ampio respiro si dovette attendere il governo fascista1 che, oltre che procedere alla compiuta conquista della Libia, volle chiudere la partita con l’impero etiopico scatenando una grande guerra coloniale alla metà degli Trenta2.

Fu a partire dal 1932 che si cominciò a ragionare della possibilità di scatenare una guerra d’aggressione contro l’Etiopia. Due anni dopo, nel dicembre 1934, Addis Abeba e Roma vennero a scontrarsi nella località di Ual Ual (ricca di pozzi di acqua), al confine tra Etiopia e Somalia italiana, contesa da entrambe le parti. L’incidente, che vide per protagonisti carabinieri somali ed armati etiopici, costò la vita ad oltre 300 uomini e fu sottoposto dall’Etiopia alla Società delle nazioni, che emise nel settembre 1935 un giudizio di reciproca assoluzione rispetto alle responsabilità del fatto d’arme. Lo scontro fu il casus belli della guerra d’aggressione che prese avvio il 3 ottobre 1935, senza alcuna formale dichiarazione di guerra, con l’ingresso in Etiopia di truppe italiane provenienti dall’Eritrea. Memore della disfatta di Adua, Mussolini mobilitò un imponente esercito (composto anche da molte camicie nere per imprimere alla guerra un carattere schiettamente fascista) per conquistare lo stato africano: oltre 500.000 uomini, tra militari e lavoratori3, per affrontare le truppe di Hailè Selassiè, capace di schierare, secondo i calcoli del servizio informazioni italiano, tra i 280.000 e i 350.000 uomini4.

Comandate dal generale Emilio De Bono, le truppe italiane penetrarono in territorio etiopico per alcune decine di chilometri, mentre l’esercito dell’imperatore, guidato da ras5 Sejum, metteva in pratica l’ordine di indietreggiare. Nel novembre 1935 Mussolini, impaziente di raggiungere il successo finale, sostituì De Bono con il maresciallo Pietro Badoglio che, assunto il comando, si rese conto delle difficoltà operative successive allo sviluppo dell’avanzata, con retrovie allungate e scarsamente difendibili. L’esperto militare temporeggiò, riprendendo l’iniziativa solo due mesi dopo per fronteggiare la controffensiva abissina. Il 19 gennaio 1936 ebbe luogo la prima battaglia del Tembien, uno scontro molto duro conclusosi senza vincitori né vinti. Il mese successivo i due eserciti si affrontarono nella battaglia dell’Amba Aradam, un massiccio montuoso di 8 chilometri per 3, pesantemente bombardato dall’aviazione italiana; alla fine di febbraio Badoglio riusciva poi a conquistare il Tembien. A quella data il Negus disponeva di non più di 60.000 uomini6. Obiettivo degli italiani fu a questo punto l’armata di ras Immirù, che tuttavia riuscì a ripiegare ordinatamente durante la battaglia dello Scirè, non senza mettersi in evidenza per numerose azioni di disturbo a danno delle forze invasori. In marzo si svolse poi la battaglia di Mai Ceu, alla quale prese parte anche l’imperatore etiopico convinto di poter affrontare il nemico in uno scontro risolutivo. Vinto anche questo scontro, per gli italiani era aperta la strada per Addis Abeba, raggiunta da Badoglio il 5 maggio.

In parallelo a queste azioni, le forze italiane si erano mosse contro l’Etiopia muovendo dalla Somalia. Ritenuto secondo i piani originari un teatro di operazioni secondario, destinato in particolare a distogliere parte delle forze etiopiche dal fronte nord, il fronte sud, sotto il comando del generale Rodolfo Graziani, comportò una serie di vittoriose azioni culminate il 9 maggio con la conquista di Harar, la seconda città etiopica per importanza.

Il Negus, che aveva abbandonato la capitale nella notte del 2 maggio, dopo un passaggio in Palestina raggiunse il 30 giugno Ginevra, sede della Società delle nazioni, per richiedere, invano, aiuto a quella comunità internazionale che era stata capace solo di comminare all’Italia delle sanzioni economiche (peraltro cancellate al principio di luglio)7. L’imperatore etiopico, destinato a rimanere in Gran Bretagna fino al 1940, non mancò di denunciare il costante impiego (dal dicembre 1935 alla conclusione delle operazioni militari) di armi chimiche da parte dell’Italia fascista, intenzionata a colpire il morale degli avversari con strumenti che pure si era impegnata a non utilizzare firmando in precedenza uno specifico accordo internazionale8.

2. La nascita dell’Africa orientale italiana, i provvedimenti razzisti e la guerriglia

Il 1° giugno 1936 il governo italiano intese riorganizzare in maniera organica i propri possedimenti nel Corno d’Africa mediante l’emanazione della legge n. 1019 che istituì l’Africa orientale italiana. Formata dai territori di Eritrea, Somalia ed Etiopia (suddivisa nei governatorati dell’Amara, del Galla e Sidama, dell’Harar e di Addis Abeba) era guidata da un governatore generale che aveva anche il titolo di viceré. Il vecchio Ministero delle Colonie istituito all’indomani della guerra di Libia, si trasformava nell’aprile 1937 in Ministero dell’Africa italiana. Parallelamente si decise di intervenire in maniera drastica contro i “meticci”, i figli nati dall’unione dei colonizzatori bianchi con le donne africane, molto spesso non riconosciuti dai padri9. Precedentemente, tramite la legge n. 999 del 6 luglio 1933, gli italo – eritrei e gli italo – somali potevano ottenere la cittadinanza italiana attraverso il superamento di un vero e proprio esame medico (la “prova della razza”) volto ad accertare la presenza di “un genitore di razza bianca”10. Conquistata l’Etiopia, il regime fascista intese preservare la razza conquistatrice da “miscugli di sangue”11 varando, il 19 aprile 1937, il regio decreto legge n. 880 che, composto di un solo articolo, comminava la reclusione da uno a cinque anni, al “cittadino italiano che nel territorio del Regno o delle Colonie tiene relazione d’indole coniugale con persona suddita dell’Africa Orientale Italiana o straniera appartenente a popolazione che abbia tradizioni, costumi o concetti giuridici e sociali analoghi a quelli dei sudditi dell’Africa Orientale Italiana”. Sanzioni vennero ribadite in successivi provvedimenti, come la legge n. 1004 del 29 giugno 1939 o la legge n. 822 del 13 maggio 1940 che, in particolare, al suo articolo 2 stabiliva che “il meticcio assume lo statuto del genitore nativo ed è considerato nativo a tutti gli effetti”. Il genitore italiano non poteva pertanto riconoscerlo.

Al di là dei progetti e dei disegni italiani12 la compiuta stabilizzazione del governo coloniale fu impedita, fin dal periodo immediatamente successivo alla conquista della capitale etiopica, dall’affermarsi di un movimento di resistenza. Già il 4 maggio 1936 venne attaccata una colonna italiana in marcia verso Addis Abeba. In giugno Mussolini autorizzò Graziani, nominato viceré d’Etiopia, a passare per le armi “tutti i ribelli fatti prigionieri” e ad adottare una “politica del terrore” nei confronti delle popolazioni ritenute loro complici13. Tra luglio ed agosto rispettivamente un giovane capo etiopico ed un veterano della guerra di Adua del 1896 lanciarono due attacchi contro Addis Abeba colpendo il cuore del neonato impero coloniale italiano.

Gli etiopici abbracciando la guerriglia si misero in evidenza per un cambio di paradigma nell’approccio alla guerra, non più imperniato su grandi battaglie campali (la ricordata battaglia di Adua nella quale erano stati vittoriosi contro gli italiani o gli scontri del conflitto appena concluso nei quali di contro non avevano retto all’urto degli avversari) ma su azioni mirate come imboscate e sabotaggi. Esperti conoscitori del territorio, incrementavano le loro azioni durante la stagione delle piogge con assalti a colonne in movimento, fortini, guarnigioni14. Di grandezza variabile, le bande potevano contare fino a 3.000 uomini.

Per contrastare le loro azioni il governo italiano mise in campo una strategia imperniata su “grandi operazioni di polizia coloniale”, rastrellamenti, azioni contro villaggi che supportavano la resistenza, esecuzioni sommarie, deportazioni in Italia. Il 1937 fu a questo riguardo particolarmente drammatico.

3. Rappresaglie e massacri, il crollo dell’Africa orientale italiana

Il 19 febbraio 1937 il viceré Graziani subì un attentato ad Addis Abeba. Durante le celebrazioni per la nascita di Vittorio Emanuele di Savoia, Graziani venne fatto bersaglio da due studenti di origine eritrea (che svolgevano le funzioni di interpreti per il governo coloniale) del lancio di tre bombe a mano, una delle quali lo investì con quasi 350 schegge15. La reazione italiana fu violentissima: la popolazione etiopica della capitale fu fatta oggetto di violenze che provocarono migliaia di vittime, spesso uccise con armi improvvisate, investite, bastonate a morte, bruciate nelle loro abitazioni16. La caccia all’etiopico non si placò nelle settimane successive. Poco tempo dopo, si decise la fucilazione di cantastorie ed indovini accusati di diffondere notizie tendenziose e fu duramente colpita la città conventuale di Debre Libanos17. Situato nella parte nord della regione dello Scioa, il monastero di Debre Libanos era stato fondato nel corso del XIII secolo dal santo Tecle Haymanot; le truppe italiane raggiunsero il complesso il 18 maggio sulla base di informazioni, sospetti e notizie che descrivevano un qualche legame tra gli attentatori a Graziani e il monastero18. Nei giorni successivi venivano passati per le armi oltre trecento tra monaci e laici, e 129 diaconi precedentemente risparmiati19. Ricerche condotte sul campo hanno mostrato l’entità delle stragi commesse dalle truppe italiane in quel drammatico frangente, arrivando a stimare in oltre duemila le vittime complessive contro le poche centinaia attestate di contro dai comandi italiani20. Particolarmente cinica fu la scelta di recarsi al monastero nei giorni della festa di San Micael (20 maggio) con l’obiettivo di trovarvi concentrato un elevato numero di persone.

Nonostante le repressioni italiane la ribellione delle popolazioni etiopiche non cessò. Nella seconda metà di agosto si sviluppò un’estesa ribellione nella regione del Lasta. Il degiac21 Hailù Chebbedè chiamò la popolazione alla “guerra santa”, riuscendo a tenere in scacco le forze italiane per oltre un mese. Catturato, venne decapitato e la sua testa fu esposta nella piazza del mercato di Socotà e Quoram22.

Nel dicembre 1937 Graziani fu sostituito da Amedeo d’Aosta che, conscio della diffusione della guerriglia, tentò un’attenuazione delle politiche repressive, insistendo sui procedimenti giudiziari in luogo delle esecuzioni sommarie23. Nel maggio 1938 Hailè Selassiè in un comunicato poteva certificare la diffusione della guerriglia in numerose regioni etiopiche: Tembien, Tigrè, Beghemeder, Lasta (per le parti nord e nordovest del paese); Goggiam (per la parte ovest); Scioa (per la parte centrale); ed altre zone a sud, sudovest, sudest ed est24. Raggiunti da una missione comunista alla fine degli anni Trenta25, i patrioti etiopici ricevettero un fondamentale supporto dagli inglesi (per la fornitura di armi da fuoco) in occasione dello scoppio del secondo conflitto mondiale e della dichiarazione di guerra italiana all’Inghilterra, fornendo a loro volta un decisivo appoggio in occasione dell’invasione dell’Africa orientale italiana da parte delle forze del Commonwealth26. Circondato da colonie nemiche, con armamenti obsoleti e scarse scorte alimentari, l’impero italiano optò per una strategia alquanto offensiva nei primi mesi di ostilità, sprecando risorse in azioni che culminarono nell’estate del 1940 nella conquista del Somaliland. Tra la fine del 1940 e il principio del 1941 l’iniziativa italiana lasciò il passo a quella inglese, capace di penetrare in Eritrea e Somalia nel gennaio 1941 e di arrivare nel breve volgere di pochi mesi alla conquista dei principali centri dell’impero27. Il 5 maggio 1941, cinque anni dopo l’ingresso delle truppe italiane, Hailè Selassiè rientrava ad Addis Abeba.

L’Italia perse le colonie non sull’onda di un movimento indipendentista ma in guerra, nell’ambito di quella “guerra parallela” che nell’originario intendimento di Mussolini avrebbe dovuto guadagnare a Roma specifiche sfere di influenza nei diversi scacchieri internazionali. La peculiare fine della parabola coloniale italiana ha impedito, per molti decenni, l’avvio di una seria riflessione su quelle vicende. Solo lentamente si è giunti ad una maggiore consapevolezza del posto da esse occupato nella storia italiana28.


Note

1 Cfr. F. Grassi, L. Goglia, Il colonialismo italiano da Adua all’Impero, Roma – Bari, Laterza, 1981, pp. 203 – 227.

2 Per un bilancio dell’espansione coloniale italiana, cfr. N. Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Bologna, il Mulino, 2025.

3 M. Dominioni, Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia. 1936 – 1941, Roma – Bari, Laterza, 2008, p. 10.

4 G. Rochat, Le guerre italiane. 1935 – 1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, Torino, Einaudi, 2005, p. 32; M. Dominioni, Lo sfascio dell’impero, cit., p. 15. Cfr. anche A. Del Boca, Gli italiani in Africa orientale. La conquista dell’impero, Roma – Bari, Laterza, 1979, Id., La guerra d’Etiopia. L’ultima impresa del colonialismo, Milano, Longanesi, 2010 e N. Labanca, La guerra d’Etiopia. 1935 – 1941, Bologna, il Mulino, 2015.

5 Capo di una regione. Come è noto, in ambito fascista, il termine designava i capi del fascismo locale.

6 M. Dominioni, Lo sfascio dell’impero, cit., p. 24.

7 Le sanzioni contro l’Italia, colpevole di aver attaccato un altro membro della Società delle nazioni, furono decretate nel novembre 1935. Il fascismo sfruttò la decisione ginevrina per fini propagandistici chiamando la popolazione a contribuire allo sforzo bellico. Particolarmente emblematica fu la “giornata della fede”, celebrata il 18 dicembre 1935, nel corso della quale le donne italiane donarono alla patria la loro fede nuziale, cfr. P. Terhoeven, Oro alla patria: donne, guerra e propaganda nella giornata della Fede fascista, Bologna, il Mulino, 2006.

8 Per un’attenta analisi dell’impiego da parte dell’Italia di armi chimiche durante la campagna d’Etiopia e per le polemiche che ne sono seguite, cfr. A. Del Boca (a cura di), I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, Roma, Editori Riuniti, 2007.

9 Cfr. G. Gabrielli, Un aspetto della politica razzista nell’impero: il “problema dei meticci”, in “Passato e presente”, n. 41, 1997, pp. 77 – 105, e M. Strazza, Faccetta nera dell’Abissinia. Madame e meticci dopo la conquista dell’Etiopia, in “Humanities”, n. 2, 2012, pp. 116 – 133.

10 Così recitava l’articolo 18 della legge in questione: “Il nato nell’Eritrea o nella Somalia italiana da genitori ignoti, quando i caratteri somatici ed altri indizi facciano fondatamente ritenere che uno dei genitori sia di razza bianca, può chiedere, giunto al 18° anno di età, di assumere la cittadinanza italiana. Il Giudice della colonia, con sua ordinanza motivata, ammette il richiedente alla cittadinanza italiana e ne dispone l’iscrizione come cittadino italiano nei registri dello stato civile, dopo aver accertato che il richiedente stesso: 1) per i suoi caratteri somatici ed altri eventuali indizi, sia con fondamento da ritenere nato da un genitore di razza bianca; 2) non sia poligamo; 3) non sia mai stato condannato per reati che, a’ termini delle leggi del Regno, importino la perdita dei diritti politici; 4) abbia superato l’esame di promozione della terza classe elementare; 5) possegga una educazione perfettamente italiana. Eguale facoltà da esercitare negli stessi modi hanno i nati nell’Eritrea e nella Somalia Italiana di cui sia noto uno solo dei genitori suddito coloniale, quando i caratteri somatici ed altri indizi facciano fondatamente credere che l’altro dei genitori sia di razza bianca”.

11 M. Strazza, Faccetta nera dell’Abissina, cit., p. 120 (l’autore informa che tra 1936 e 1940 erano presenti in Africa orientale circa 10.000 meticci).

12 Cfr. A. Sbacchi, Il colonialismo italiano in Etiopia. 1935 – 1940, Milano, Mursia, 1980.

13 R. Pankhurst, Come il popolo etiopico, resistette all’occupazione e alla repressione da parte dell’Italia fascista, in A. Del Boca (a cura di), Le guerre coloniali del fascismo, Roma – Bari, Laterza, 1991, p. 260.

14 Cfr. R. Pankhurst, La storia della resistenza all’invasione e occupazione dell’Italia fascista in Etiopia (1935 – 1941), in R. Bottoni (a cura di), L’Impero fascista. Italia ed Etiopia (1935 – 1941), Bologna, il Mulino, 2008, pp. 429 – 440.

15 Cfr. G. Rochat, L’attentato a Graziani e la repressione italiana in Etiopia 1936-1937, in “Italia Contemporanea”, 118, marzo – aprile 1975, pp. 3 – 38; A. Cova, Graziani. Un generale per il regime. La prima biografia documentata di uno dei personaggi più violenti e controversi della nostra storia, che ha incarnato miti, ferocie e contraddizioni del periodo fascista, Roma, Newton Compton, 1987, pp. 176 – 191; I. Campbell, The Plot to Kill Graziani. The Attempt Assassination of Mussolini’s Viceroy, Addis Ababa, Addis Ababa University Press, 2011.

16 I. Campbell, Il massacro di Addis Abeba. Una vergogna italiana, Milano, Rizzoli, 2018.

17 P. Borruso, Debre Libanos 1937. Il più grave crimine di guerra dell’Italia, Roma – Bari, Laterza, 2024.

18 Si riteneva, per esempio, che i due eritrei responsabili dell’attentato avessero sostato a Debre Libanos presso l’abitazione di un monaco per esercitarsi nel lancio di granate e che fossero ritornati nel monastero in fuga da Addis Abeba, cfr. Ivi, pp. 100 – 101.

19 A. Del Boca, Italiani, brava gente? Un mito duro a morire, Vicenza, Neri Pozza, 2005, pp. 219 – 220.

20 Cfr. I. Campbell, Degife Gebre – Tsadik, La repressione fascista in Etiopia: la ricostruzione del massacro di Debrà Libanòs, in “Studi piacentini”, n. 1, 1997, pp. 79 – 128; I. Campbell, Il massacro segreto di Engecha, in “Studi piacentini”, nn. 24 – 25, 1999, pp. 23 – 46.

21 Capo di una provincia.

22 A. Del Boca, Italiani, brava gente?, cit., pp. 222 – 223.

23 R. Pankhurst, Come il popolo etiopico resistette all’occupazione e alla repressione da parte dell’Italia fascista, cit., p. 270.

24 Ivi, pp. 271 – 272.

25 Cfr. M. Ferrari, Il partigiano che divenne imperatore, Roma – Bari, Laterza, 2025. La missione, nata con l’obiettivo di organizzare militarmente la resistenza abissina, rappresentò una svolta nel rapporto tra l’antifascismo italiano e il fenomeno coloniale. In precedenza, non erano mancate da parte delle forze antifasciste italiane prese di posizione rispetto alla pacificazione della Cirenaica e mobilitazioni nel contesto del conflitto italo – etiopico.

26 A. Hilton, The Ethiopian Patriots. Forgotten Voices of the Italo – Abyssinian War. 1935 – 1941, Stroud, Spellmount, 2007.

27 Per tutte queste vicende, cfr. A. Del Boca, Gli italiani in Africa orientale. La caduta dell’impero, Roma – Bari, Laterza, 1982; A. Rovighi, Le operazioni in Africa Orientale (giugno 1940 – novembre 1941), Vol. I, Roma, Stato maggiore dell’esercito – Ufficio storico, 1988.

28 Cfr. N. Labanca, Strade o stragi? Memorie e oblii coloniali della Repubblica, in A. Rossi – Doria, G. Fiocco (a cura di), Annali del Dipartimento di Storia. Politiche della memoria, Università degli studi di Roma “Tor Vergata” – Facoltà di Lettere e Filosofia, n. 3, 2007, pp. 11 – 36.

Paolo Corsini, Presidente Istituto Nazionale Ferruccio Parri: La competizione della memoria, l’ “altra Resistenza”.

Riceviamo dall’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri”, capofila degli Istituti Storici di cui anche ISR-La Spezia fa parte, il testo della “lectio magistralis” pronunciata dal prof. Paolo Corsini nella nostra città il 29 aprile 2025 (Teatro Civico).

QUI il testo integrale

La lezione si propone, come dice nella Premessa l’Autore, di svolgere “Alcune riflessioni in relazione al tema della memoria rapportate alle vicende dell’antifascismo e della lotta di Liberazione, nonché di richiamare, attribuendole la giusta dimensione, dopo anni di sottovalutazione se non addirittura di oblio e rimozione, quella che è stata definita la ‘Resistenza di sopravvivenza’, ‘senz’armi’, ‘l’altra Resistenza’, vale a dire l’opposizione degli Internati militari (Imi) al nazifascismo, quei circa 650.000 tra soldati e ufficiali tradotti dopo l’8 settembre 1943 nel Terzo Reich, imprigionati nei lager e sottoposti ad ogni forma di sofferenza, di angherie e di soprusi”.

Quando infuriava la bufera…

Ambiente, oggetti e materiali dei combattenti per la libertà

Centro Studi Memoria in rete , Via G.B. Valle 6, La Spezia

L’incontro del 10 aprile con Mirco Carrettieri è stato rinviato a data da destinarsi.

Giovedì 20 Marzo 2025 – ore 17

Francesco Marchetti

Cultura materiale della Resistenza. Storia della Resistenza italiana attraverso gli oggetti e i materiali utilizzati dai partigiani.

Dialoga con la giornalista Annalisa Coviello

Alle ore 10.50 il relatore incontrerà gli studenti dell’Istituto superiore “Capellini-Sauro”.

Mercoledì 26 Marzo 2025 – ore 17

Marco Cerri

Con i partigiani tra le foglie e la neve

Dialoga con la giornalista Annalisa Coviello

Alle ore 10,30 il relatore incontrerà gli studenti dell’Istituto comprensivo statale “Rita Levi Montalcini”

Giovedì 10 Aprile – ore 17

Mirco Carrattieri

Scarpe rotte, eppur bisogna andar. Una storia della Resistenza in 30 oggetti.

Dialoga con la giornalista Annalisa Coviello

Alle ore 11.00 il relatore incontrerà gli studenti del Liceo “U. Mazzini”.