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Elettrici del 1946: coraggio e libertà

L’ISR spezzino inaugura una nuova sezione del sito per ricordare quelle figure femminili che nel 1946 con il loro voto, con un gesto semplice, ma dal valore immenso segnarono un momento di svolta, tra entusiasmo, curiosità e consapevolezza di vivere un passaggio epocale.

A partire da dicembre 2025 e per tutto il 2026, ogni mese verrà pubblicato un testo di questa rassegna, a cura di Annalisa Coviello.

Elettrici del 1946 non è soltanto una formula storica, ma un titolo simbolico di riconoscenza. Racchiude il senso di una conquista civile ottenuta con determinazione e vissuta come atto di libertà interiore e politica, che aprì la strada a un’Italia nuova, democratica e più giusta.

Patrizia Gallotti, Presidente ISRSP

Presentazione del libro di Catia Sonetti: Attraversare il tempo con le parole.

Martedì 2 Dicembre 2025 | ore 17

Centro studi Memoria in rete
Via Valle 6 La Spezia

Catia Sonetti, Direttrice Istituto Storico della Resistenza e della Società
Contemporanea nella provincia di Livorno (ISTORECO) ETS
presenta il volume:

Attraversare il tempo con le parole
Lettere di una famiglia ebraica da Livorno per Asmara, 1937-1947

(Il Mulino, 2023)

Il libro ricostruisce, attraverso 647 lettere familiari scritte tra il 1937 e il 1947, la storia di una famiglia ebrea livornese di farmacisti che aderì al fascismo…
Ma si raccontano anche desideri di emancipazione femminile, fine dei matrimoni combinati, nuove forme familiari.
Una narrazione corale che riflette la Storia d’Italia attraverso vissuti privati, mostrando come il fascismo travolse anche chi inizialmente lo sostenne.
Una storia sociale e culturale ricca e differenziata che illumina un decennio fondamentale del nostro passato.

dialoga con l’Autrice la giornalista Annalisa Coviello

Quando infuriava la bufera…

Ambiente, oggetti e materiali dei combattenti per la libertà.

Centro Studi Memoria in rete , Via G.B. Valle 6, La Spezia

Mirco Carrattieri

Scarpe rotte, eppur bisogna andar. Una storia della Resistenza in 30 oggetti.

Dialoga con la giornalista Annalisa Coviello

Alle ore 11.00 il relatore incontrerà gli studenti dell’Istituto Superiore Statale “Vincenzo Cardarelli”.

Una pagina di Resistenza spezzina: si fa la guerra, ma per ottenere una pace duratura

A cura di Maria Cristina Mirabello

Nel corso delle ricerche che mi hanno portato alla stesura del libro sul Battaglione garibaldino “Melchiorre Vanni”1, ho trovato numerosi documenti d’epoca che, argomentando, spesso con accenti di bellica fierezza, le ragioni della scelta resistenziale alla base della guerra contro tedeschi e fascisti, mantenevano però lo sguardo fisso sulla pace, una vera e propria bussola di orientamento per il futuro.

Basti pensare all’inno scritto da Giuseppe Fasoli2 in occasione della morte in combattimento (4 marzo 1945, Pieve di Zignago, La Spezia) di Astorre Tanca3, Comandante del Battaglione “Vanni” e Medaglia d’argento al V.M. alla memoria4.

Il testo mi è stato consegnato da Paola e Sandra Mocchi, figlie di Franco Mocchi “Paolo”, Commissario Politico5 del Battaglione, in occasione di un colloquio preparatorio al libro.

Astorre Tanca (Archivio ISRSP)

L’inno, composto al momento della morte di Astorre, fu cantato, come è scritto nella Nota6 che in questo articolo lo correda, quando, in Piazza Verdi, il 25 aprile 1945, i partigiani del Battaglione “Vanni” scesero finalmente alla Spezia. Ciò successe dopo la battaglia, vinta il giorno prima, insieme ad altre formazioni della IV Zona Operativa, a San Benedetto (Riccò del Golfo), contro una residuale ma agguerrita guarnigione tedesca, che non aveva voluto arrendersi7. Poi, probabilmente, la memoria del canto venne meno, fino al 1988, quando Franco Mocchi ne sollecitò la pubblicazione.

La copia, che, insieme alla Nota8, ho avuto grazie a Paola e Sandra Mocchi, fu inoltre sicuramente distribuita nell’ottobre 1996, durante una cerimonia tenuta al Passo del Rastrello, dove si trova, frutto del coordinamento di tre province (La Spezia, Massa Carrara e Parma), un impianto monumentale dedicato alla Resistenza9.

Senza commentare in modo analitico il testo, di evidente eco manzoniano-carducciana, mi limito a segnalare le ultime righe della strofe 6: “giammai più le armi prepari alla guerra, /la Pace risplenda e la libertà”. La strofe 6 è, chiaramente, in una posizione strategica, perché prepara il culmine della finale strofe 7, in cui l’uso delle maiuscole nel caso di “ITALIA SIA UNITA” (penultima riga) e “VOLONTARI DELLA LIBERTÀ” (ultima riga), sintetizza la coloritura della lotta, improntata alla libertà e volta ad un’Italia anche idealmente unita, dopo tanto soffrire e combattere.

D’altra parte, proprio tale finalità è stata recepita, in tutto il suo portato, nei principi fondamentali della Costituzione italiana, nata dalla Resistenza10.


Note

1 “Storia del Battaglione garibaldino ‘Melchiorre Vanni’. IV Zona Operativa”, Edizioni Giacché, La Spezia, 2025.

2 Giuseppe Fasoli (1919-2013), partigiano del Battaglione “Vanni”, laureato in Giurisprudenza, esponente politico del PCI nel Dopoguerra, più volte Deputato al Parlamento, nonché, per un periodo, Presidente ISR-La Spezia. V. anche una sua intervista.

3 Un intero Capitolo del libro sul Battaglione è dedicato ai drammatici fatti del 4 marzo 1945. La figura di Astorre Tanca, che guidò la salita al Monte Gottero dei suoi uomini, nell’ambito del più grande rastrellamento nazifascista in IV Zona Operativa, il 20 gennaio 1945, ricorre in numerosi passi della pubblicazione. Per una sintesi della biografia di Tanca, v. anche.

4 Per le giornate della Liberazione, v. “80° anniversario di una giornata particolare: 25 aprile 1945 alla Spezia”, a cura di Patrizia Gallotti e Maria Cristina Mirabello.

5 La figura di Franco Mocchi (1924-1994), diventato, nel dicembre 1944, giovanissimo, Commissario Politico del Battaglione “Vanni” e rimasto in tale funzione fino alla Liberazione, è ritrovabile in molti passi del libro dedicato alla storia del Battaglione.

6 La data e il luogo della cerimonia (ottobre 1996) sono sicuramente desumibili dai documenti che pubblichiamo. Va segnalato che nella Nota c’è un errore di data riguardo alla discesa dei partigiani alla Spezia. La discesa, infatti, avvenne il 25 aprile 1945 (e non, come si legge nella Nota, il 23 aprile).

7 La battaglia, combattuta da reparti garibaldini, si svolse sotto la guida di Mario Fontana, Comandante della IV Zona Operativa. Il Battaglione “Vanni”, dopo il 4 marzo 1945, era comandato da Eugenio Lenzi “Primula Rossa” (1917-1985), cui, nel libro sul Battaglione, sono dedicati numerosi passi.

8 La Nota, in cui c’è un cenno temporale alla concessione della Medaglia d’oro per attività partigiana alla provincia della Spezia (il Decreto del Presidente della Repubblica è del 12 aprile 1996), è contemporanea alla cerimonia del Rastrello.

9 Non a caso il titolo dell’Inno è “Voci dal Sacrario”, con riferimento al Sacrario che sorge appunto al Passo del Rastrello. Per l’impianto monumentale, v..

10 Art. 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

L’inno a Astorre Tanca

Voci dal Sacrario

Dai borghi, dai campi, dalle arse officine
ci unimmo nel nome d’Italia frementi
e le armi impugnammo nel giorno credenti
che la lotta ci desse la libertà.

E fummo legati ad un’unica sorte,
un’unica fede ci rese fratelli:
al giogo fascista noi fummo ribelli
per amor di giustizia e di Libertà.

Non certo fratello fu chi in casa ci pose
l’antico nemico: sì, quel di Legnano
sì, quel delle Cinque Giornate a Milano:
insieme ci tolsero la libertà.

Dicevano amore, spargevano odio;
gridavano patria, pensavano all’oro:
fu abuso, fu legge sfruttare il lavoro,
al probo operaio negar libertà.

Le case, gli averi: avean tutto distrutto;
i figli migliori gettati in catene.
Ma il popolo insorse, si oppose alle pene,
insorse e riprese la sua libertà.

Tornata è or la legge a difendere il giusto:
comune lavoro rinnova la terra:
giammai più le armi prepari alla guerra,
la Pace risplenda e la libertà!

Fu meglio la morte che il vile servaggio!
Non tregua né patti col truce oppressore
ITALIA SIA UNITA! È il grido d’onore
dei VOLONTARI della LIBERTÀ!

Giuseppe Fasoli
Passo del Rastrello – Sacrario Partigiano
Ottobre 1996
Nota all’inno

Questo inno fu dedicato alla memoria di Astorre Tanca, l’eroico comandante della Brigata “Vanni”, morto eroicamente in combattimento il 3 Marzo 1945 a Pieve di Zignago, quando l’autore, Giuseppe Fasoli, si era recato a Sasseta di Zignago per la sepoltura di Astorre, incaricato di restare sempre vicino alla madre di Lui – Armida – ed alla nipote Ordisia che la accompagnava.

L’inno venne subito insegnato ai partigiani garibaldini nella chiesetta di Imara ed essi poi lo cantarono come INNO DEI VOLONTARI DELLA LIBERTÀ durante la discesa alla Spezia il 23 Aprile 1945 e dopo, nelle manifestazioni che si susseguivano.

Nel 1988 Franco Mocchi, il commissario “Paolo”, proprio della Brigata “Vanni”, ne sollecitò la pubblicazione e ciò fu fatto. Oggi vivono ancora altri partigiani che ricordano bene che l’inno risuonò nei giorni della Liberazione anche in Piazza Verdi.

Nel momento in cui viene conferita la Medaglia d’Oro al V.M. alla Provincia della Spezia si trova opportuno farlo conoscere più ampiamente, con l’animo più sereno.

I tempi sono mutati. Ma i fatti storici non si possono dimenticare. Lo scontro politico oggi in Italia fortunatamente non più resta cruento come nel 1943-45. L’indignazione provata dopo le fucilazioni e le deportazioni del Novembre-Dicembre 1944, dopo i tanti morti nel rastrellamento del Gennaio 1945, le esecuzioni di Vezzano, Chiappa, Follo del Febbraio 1945, è stata giustamente superata.

La pacificazione è da considerare come onoranza ai Caduti. È quindi proprio dai Caduti che si deve ascoltare l’esortazione che gli Italiani si sentano uniti nel volere e costruire una Patria libera e sempre più giusta.

Pieve di Zignago, anni Cinquanta del Novecento (Collezione Zodda)

Attività della Fondazione ISR-SP nel periodo ottobre 2024-maggio 2025

La Fondazione ETS Istituto spezzino per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea ha svolto molte attività nel periodo ottobre 2024 – maggio 2025.

Di seguito si possono trovare riassunte ed illustrate sia le quattro attività organizzate dalla Commissione Didattica nell’anno scolastico 2024-25 con gli studenti e i docenti delle scuole della Spezia e di Sarzana, sia le iniziative che la Fondazione ha  destinato al pubblico (presentazione di libri, interventi con storici, eventi commemorativi.

L’Italia in Etiopia. 1935 – 1941. Una sintesi

A cura di Nicholas Lucchetti, socio Fondazione ETS- ISR La Spezia, docente di Storia e Filosofia presso ISS “Vincenzo Cardarelli”.

1. Una guerra lampo

L’Italia, ultima arrivata nella corsa all’Africa, tentò di costruire un proprio impero oltremare sul finire dell’Ottocento, decidendo di implementare una politica coloniale essenzialmente per ragioni di prestigio politico. Unificatasi appena pochi anni prima, nel 1885 l’Italia, con il beneplacito dell’Inghilterra desiderosa di arginare l’espansionismo francese nell’area frapponendovi una potenza minore, sbarcò sulla sponda africana del Mar Rosso. Fu quello l’avvio di una penetrazione verso l’interno culminata, appena due anni dopo, nel primo scontro con l’impero etiopico che sarebbe presto divenuto l’obiettivo primario dell’espansione italiana nel Corno d’Africa. L’Italia liberale non fu in grado di vincere le forze etiopiche e sul finire del secolo vide pesantemente frustrate le proprie ambizioni di grande potenza mediante la disfatta di Adua del 1896. Pochi anni dopo l’Italia giolittiana muoveva guerra all’impero ottomano per impossessarsi della Libia, non ancora conquistata da nessuna potenza europea. Vinta la guerra nel 1912, Roma guadagnò un controllo formale ma non sostanziale del territorio, limitato alla sola zona costiera. Per il varo di una politica coloniale di ampio respiro si dovette attendere il governo fascista1 che, oltre che procedere alla compiuta conquista della Libia, volle chiudere la partita con l’impero etiopico scatenando una grande guerra coloniale alla metà degli Trenta2.

Fu a partire dal 1932 che si cominciò a ragionare della possibilità di scatenare una guerra d’aggressione contro l’Etiopia. Due anni dopo, nel dicembre 1934, Addis Abeba e Roma vennero a scontrarsi nella località di Ual Ual (ricca di pozzi di acqua), al confine tra Etiopia e Somalia italiana, contesa da entrambe le parti. L’incidente, che vide per protagonisti carabinieri somali ed armati etiopici, costò la vita ad oltre 300 uomini e fu sottoposto dall’Etiopia alla Società delle nazioni, che emise nel settembre 1935 un giudizio di reciproca assoluzione rispetto alle responsabilità del fatto d’arme. Lo scontro fu il casus belli della guerra d’aggressione che prese avvio il 3 ottobre 1935, senza alcuna formale dichiarazione di guerra, con l’ingresso in Etiopia di truppe italiane provenienti dall’Eritrea. Memore della disfatta di Adua, Mussolini mobilitò un imponente esercito (composto anche da molte camicie nere per imprimere alla guerra un carattere schiettamente fascista) per conquistare lo stato africano: oltre 500.000 uomini, tra militari e lavoratori3, per affrontare le truppe di Hailè Selassiè, capace di schierare, secondo i calcoli del servizio informazioni italiano, tra i 280.000 e i 350.000 uomini4.

Comandate dal generale Emilio De Bono, le truppe italiane penetrarono in territorio etiopico per alcune decine di chilometri, mentre l’esercito dell’imperatore, guidato da ras5 Sejum, metteva in pratica l’ordine di indietreggiare. Nel novembre 1935 Mussolini, impaziente di raggiungere il successo finale, sostituì De Bono con il maresciallo Pietro Badoglio che, assunto il comando, si rese conto delle difficoltà operative successive allo sviluppo dell’avanzata, con retrovie allungate e scarsamente difendibili. L’esperto militare temporeggiò, riprendendo l’iniziativa solo due mesi dopo per fronteggiare la controffensiva abissina. Il 19 gennaio 1936 ebbe luogo la prima battaglia del Tembien, uno scontro molto duro conclusosi senza vincitori né vinti. Il mese successivo i due eserciti si affrontarono nella battaglia dell’Amba Aradam, un massiccio montuoso di 8 chilometri per 3, pesantemente bombardato dall’aviazione italiana; alla fine di febbraio Badoglio riusciva poi a conquistare il Tembien. A quella data il Negus disponeva di non più di 60.000 uomini6. Obiettivo degli italiani fu a questo punto l’armata di ras Immirù, che tuttavia riuscì a ripiegare ordinatamente durante la battaglia dello Scirè, non senza mettersi in evidenza per numerose azioni di disturbo a danno delle forze invasori. In marzo si svolse poi la battaglia di Mai Ceu, alla quale prese parte anche l’imperatore etiopico convinto di poter affrontare il nemico in uno scontro risolutivo. Vinto anche questo scontro, per gli italiani era aperta la strada per Addis Abeba, raggiunta da Badoglio il 5 maggio.

In parallelo a queste azioni, le forze italiane si erano mosse contro l’Etiopia muovendo dalla Somalia. Ritenuto secondo i piani originari un teatro di operazioni secondario, destinato in particolare a distogliere parte delle forze etiopiche dal fronte nord, il fronte sud, sotto il comando del generale Rodolfo Graziani, comportò una serie di vittoriose azioni culminate il 9 maggio con la conquista di Harar, la seconda città etiopica per importanza.

Il Negus, che aveva abbandonato la capitale nella notte del 2 maggio, dopo un passaggio in Palestina raggiunse il 30 giugno Ginevra, sede della Società delle nazioni, per richiedere, invano, aiuto a quella comunità internazionale che era stata capace solo di comminare all’Italia delle sanzioni economiche (peraltro cancellate al principio di luglio)7. L’imperatore etiopico, destinato a rimanere in Gran Bretagna fino al 1940, non mancò di denunciare il costante impiego (dal dicembre 1935 alla conclusione delle operazioni militari) di armi chimiche da parte dell’Italia fascista, intenzionata a colpire il morale degli avversari con strumenti che pure si era impegnata a non utilizzare firmando in precedenza uno specifico accordo internazionale8.

2. La nascita dell’Africa orientale italiana, i provvedimenti razzisti e la guerriglia

Il 1° giugno 1936 il governo italiano intese riorganizzare in maniera organica i propri possedimenti nel Corno d’Africa mediante l’emanazione della legge n. 1019 che istituì l’Africa orientale italiana. Formata dai territori di Eritrea, Somalia ed Etiopia (suddivisa nei governatorati dell’Amara, del Galla e Sidama, dell’Harar e di Addis Abeba) era guidata da un governatore generale che aveva anche il titolo di viceré. Il vecchio Ministero delle Colonie istituito all’indomani della guerra di Libia, si trasformava nell’aprile 1937 in Ministero dell’Africa italiana. Parallelamente si decise di intervenire in maniera drastica contro i “meticci”, i figli nati dall’unione dei colonizzatori bianchi con le donne africane, molto spesso non riconosciuti dai padri9. Precedentemente, tramite la legge n. 999 del 6 luglio 1933, gli italo – eritrei e gli italo – somali potevano ottenere la cittadinanza italiana attraverso il superamento di un vero e proprio esame medico (la “prova della razza”) volto ad accertare la presenza di “un genitore di razza bianca”10. Conquistata l’Etiopia, il regime fascista intese preservare la razza conquistatrice da “miscugli di sangue”11 varando, il 19 aprile 1937, il regio decreto legge n. 880 che, composto di un solo articolo, comminava la reclusione da uno a cinque anni, al “cittadino italiano che nel territorio del Regno o delle Colonie tiene relazione d’indole coniugale con persona suddita dell’Africa Orientale Italiana o straniera appartenente a popolazione che abbia tradizioni, costumi o concetti giuridici e sociali analoghi a quelli dei sudditi dell’Africa Orientale Italiana”. Sanzioni vennero ribadite in successivi provvedimenti, come la legge n. 1004 del 29 giugno 1939 o la legge n. 822 del 13 maggio 1940 che, in particolare, al suo articolo 2 stabiliva che “il meticcio assume lo statuto del genitore nativo ed è considerato nativo a tutti gli effetti”. Il genitore italiano non poteva pertanto riconoscerlo.

Al di là dei progetti e dei disegni italiani12 la compiuta stabilizzazione del governo coloniale fu impedita, fin dal periodo immediatamente successivo alla conquista della capitale etiopica, dall’affermarsi di un movimento di resistenza. Già il 4 maggio 1936 venne attaccata una colonna italiana in marcia verso Addis Abeba. In giugno Mussolini autorizzò Graziani, nominato viceré d’Etiopia, a passare per le armi “tutti i ribelli fatti prigionieri” e ad adottare una “politica del terrore” nei confronti delle popolazioni ritenute loro complici13. Tra luglio ed agosto rispettivamente un giovane capo etiopico ed un veterano della guerra di Adua del 1896 lanciarono due attacchi contro Addis Abeba colpendo il cuore del neonato impero coloniale italiano.

Gli etiopici abbracciando la guerriglia si misero in evidenza per un cambio di paradigma nell’approccio alla guerra, non più imperniato su grandi battaglie campali (la ricordata battaglia di Adua nella quale erano stati vittoriosi contro gli italiani o gli scontri del conflitto appena concluso nei quali di contro non avevano retto all’urto degli avversari) ma su azioni mirate come imboscate e sabotaggi. Esperti conoscitori del territorio, incrementavano le loro azioni durante la stagione delle piogge con assalti a colonne in movimento, fortini, guarnigioni14. Di grandezza variabile, le bande potevano contare fino a 3.000 uomini.

Per contrastare le loro azioni il governo italiano mise in campo una strategia imperniata su “grandi operazioni di polizia coloniale”, rastrellamenti, azioni contro villaggi che supportavano la resistenza, esecuzioni sommarie, deportazioni in Italia. Il 1937 fu a questo riguardo particolarmente drammatico.

3. Rappresaglie e massacri, il crollo dell’Africa orientale italiana

Il 19 febbraio 1937 il viceré Graziani subì un attentato ad Addis Abeba. Durante le celebrazioni per la nascita di Vittorio Emanuele di Savoia, Graziani venne fatto bersaglio da due studenti di origine eritrea (che svolgevano le funzioni di interpreti per il governo coloniale) del lancio di tre bombe a mano, una delle quali lo investì con quasi 350 schegge15. La reazione italiana fu violentissima: la popolazione etiopica della capitale fu fatta oggetto di violenze che provocarono migliaia di vittime, spesso uccise con armi improvvisate, investite, bastonate a morte, bruciate nelle loro abitazioni16. La caccia all’etiopico non si placò nelle settimane successive. Poco tempo dopo, si decise la fucilazione di cantastorie ed indovini accusati di diffondere notizie tendenziose e fu duramente colpita la città conventuale di Debre Libanos17. Situato nella parte nord della regione dello Scioa, il monastero di Debre Libanos era stato fondato nel corso del XIII secolo dal santo Tecle Haymanot; le truppe italiane raggiunsero il complesso il 18 maggio sulla base di informazioni, sospetti e notizie che descrivevano un qualche legame tra gli attentatori a Graziani e il monastero18. Nei giorni successivi venivano passati per le armi oltre trecento tra monaci e laici, e 129 diaconi precedentemente risparmiati19. Ricerche condotte sul campo hanno mostrato l’entità delle stragi commesse dalle truppe italiane in quel drammatico frangente, arrivando a stimare in oltre duemila le vittime complessive contro le poche centinaia attestate di contro dai comandi italiani20. Particolarmente cinica fu la scelta di recarsi al monastero nei giorni della festa di San Micael (20 maggio) con l’obiettivo di trovarvi concentrato un elevato numero di persone.

Nonostante le repressioni italiane la ribellione delle popolazioni etiopiche non cessò. Nella seconda metà di agosto si sviluppò un’estesa ribellione nella regione del Lasta. Il degiac21 Hailù Chebbedè chiamò la popolazione alla “guerra santa”, riuscendo a tenere in scacco le forze italiane per oltre un mese. Catturato, venne decapitato e la sua testa fu esposta nella piazza del mercato di Socotà e Quoram22.

Nel dicembre 1937 Graziani fu sostituito da Amedeo d’Aosta che, conscio della diffusione della guerriglia, tentò un’attenuazione delle politiche repressive, insistendo sui procedimenti giudiziari in luogo delle esecuzioni sommarie23. Nel maggio 1938 Hailè Selassiè in un comunicato poteva certificare la diffusione della guerriglia in numerose regioni etiopiche: Tembien, Tigrè, Beghemeder, Lasta (per le parti nord e nordovest del paese); Goggiam (per la parte ovest); Scioa (per la parte centrale); ed altre zone a sud, sudovest, sudest ed est24. Raggiunti da una missione comunista alla fine degli anni Trenta25, i patrioti etiopici ricevettero un fondamentale supporto dagli inglesi (per la fornitura di armi da fuoco) in occasione dello scoppio del secondo conflitto mondiale e della dichiarazione di guerra italiana all’Inghilterra, fornendo a loro volta un decisivo appoggio in occasione dell’invasione dell’Africa orientale italiana da parte delle forze del Commonwealth26. Circondato da colonie nemiche, con armamenti obsoleti e scarse scorte alimentari, l’impero italiano optò per una strategia alquanto offensiva nei primi mesi di ostilità, sprecando risorse in azioni che culminarono nell’estate del 1940 nella conquista del Somaliland. Tra la fine del 1940 e il principio del 1941 l’iniziativa italiana lasciò il passo a quella inglese, capace di penetrare in Eritrea e Somalia nel gennaio 1941 e di arrivare nel breve volgere di pochi mesi alla conquista dei principali centri dell’impero27. Il 5 maggio 1941, cinque anni dopo l’ingresso delle truppe italiane, Hailè Selassiè rientrava ad Addis Abeba.

L’Italia perse le colonie non sull’onda di un movimento indipendentista ma in guerra, nell’ambito di quella “guerra parallela” che nell’originario intendimento di Mussolini avrebbe dovuto guadagnare a Roma specifiche sfere di influenza nei diversi scacchieri internazionali. La peculiare fine della parabola coloniale italiana ha impedito, per molti decenni, l’avvio di una seria riflessione su quelle vicende. Solo lentamente si è giunti ad una maggiore consapevolezza del posto da esse occupato nella storia italiana28.


Note

1 Cfr. F. Grassi, L. Goglia, Il colonialismo italiano da Adua all’Impero, Roma – Bari, Laterza, 1981, pp. 203 – 227.

2 Per un bilancio dell’espansione coloniale italiana, cfr. N. Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Bologna, il Mulino, 2025.

3 M. Dominioni, Lo sfascio dell’impero. Gli italiani in Etiopia. 1936 – 1941, Roma – Bari, Laterza, 2008, p. 10.

4 G. Rochat, Le guerre italiane. 1935 – 1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, Torino, Einaudi, 2005, p. 32; M. Dominioni, Lo sfascio dell’impero, cit., p. 15. Cfr. anche A. Del Boca, Gli italiani in Africa orientale. La conquista dell’impero, Roma – Bari, Laterza, 1979, Id., La guerra d’Etiopia. L’ultima impresa del colonialismo, Milano, Longanesi, 2010 e N. Labanca, La guerra d’Etiopia. 1935 – 1941, Bologna, il Mulino, 2015.

5 Capo di una regione. Come è noto, in ambito fascista, il termine designava i capi del fascismo locale.

6 M. Dominioni, Lo sfascio dell’impero, cit., p. 24.

7 Le sanzioni contro l’Italia, colpevole di aver attaccato un altro membro della Società delle nazioni, furono decretate nel novembre 1935. Il fascismo sfruttò la decisione ginevrina per fini propagandistici chiamando la popolazione a contribuire allo sforzo bellico. Particolarmente emblematica fu la “giornata della fede”, celebrata il 18 dicembre 1935, nel corso della quale le donne italiane donarono alla patria la loro fede nuziale, cfr. P. Terhoeven, Oro alla patria: donne, guerra e propaganda nella giornata della Fede fascista, Bologna, il Mulino, 2006.

8 Per un’attenta analisi dell’impiego da parte dell’Italia di armi chimiche durante la campagna d’Etiopia e per le polemiche che ne sono seguite, cfr. A. Del Boca (a cura di), I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia, Roma, Editori Riuniti, 2007.

9 Cfr. G. Gabrielli, Un aspetto della politica razzista nell’impero: il “problema dei meticci”, in “Passato e presente”, n. 41, 1997, pp. 77 – 105, e M. Strazza, Faccetta nera dell’Abissinia. Madame e meticci dopo la conquista dell’Etiopia, in “Humanities”, n. 2, 2012, pp. 116 – 133.

10 Così recitava l’articolo 18 della legge in questione: “Il nato nell’Eritrea o nella Somalia italiana da genitori ignoti, quando i caratteri somatici ed altri indizi facciano fondatamente ritenere che uno dei genitori sia di razza bianca, può chiedere, giunto al 18° anno di età, di assumere la cittadinanza italiana. Il Giudice della colonia, con sua ordinanza motivata, ammette il richiedente alla cittadinanza italiana e ne dispone l’iscrizione come cittadino italiano nei registri dello stato civile, dopo aver accertato che il richiedente stesso: 1) per i suoi caratteri somatici ed altri eventuali indizi, sia con fondamento da ritenere nato da un genitore di razza bianca; 2) non sia poligamo; 3) non sia mai stato condannato per reati che, a’ termini delle leggi del Regno, importino la perdita dei diritti politici; 4) abbia superato l’esame di promozione della terza classe elementare; 5) possegga una educazione perfettamente italiana. Eguale facoltà da esercitare negli stessi modi hanno i nati nell’Eritrea e nella Somalia Italiana di cui sia noto uno solo dei genitori suddito coloniale, quando i caratteri somatici ed altri indizi facciano fondatamente credere che l’altro dei genitori sia di razza bianca”.

11 M. Strazza, Faccetta nera dell’Abissina, cit., p. 120 (l’autore informa che tra 1936 e 1940 erano presenti in Africa orientale circa 10.000 meticci).

12 Cfr. A. Sbacchi, Il colonialismo italiano in Etiopia. 1935 – 1940, Milano, Mursia, 1980.

13 R. Pankhurst, Come il popolo etiopico, resistette all’occupazione e alla repressione da parte dell’Italia fascista, in A. Del Boca (a cura di), Le guerre coloniali del fascismo, Roma – Bari, Laterza, 1991, p. 260.

14 Cfr. R. Pankhurst, La storia della resistenza all’invasione e occupazione dell’Italia fascista in Etiopia (1935 – 1941), in R. Bottoni (a cura di), L’Impero fascista. Italia ed Etiopia (1935 – 1941), Bologna, il Mulino, 2008, pp. 429 – 440.

15 Cfr. G. Rochat, L’attentato a Graziani e la repressione italiana in Etiopia 1936-1937, in “Italia Contemporanea”, 118, marzo – aprile 1975, pp. 3 – 38; A. Cova, Graziani. Un generale per il regime. La prima biografia documentata di uno dei personaggi più violenti e controversi della nostra storia, che ha incarnato miti, ferocie e contraddizioni del periodo fascista, Roma, Newton Compton, 1987, pp. 176 – 191; I. Campbell, The Plot to Kill Graziani. The Attempt Assassination of Mussolini’s Viceroy, Addis Ababa, Addis Ababa University Press, 2011.

16 I. Campbell, Il massacro di Addis Abeba. Una vergogna italiana, Milano, Rizzoli, 2018.

17 P. Borruso, Debre Libanos 1937. Il più grave crimine di guerra dell’Italia, Roma – Bari, Laterza, 2024.

18 Si riteneva, per esempio, che i due eritrei responsabili dell’attentato avessero sostato a Debre Libanos presso l’abitazione di un monaco per esercitarsi nel lancio di granate e che fossero ritornati nel monastero in fuga da Addis Abeba, cfr. Ivi, pp. 100 – 101.

19 A. Del Boca, Italiani, brava gente? Un mito duro a morire, Vicenza, Neri Pozza, 2005, pp. 219 – 220.

20 Cfr. I. Campbell, Degife Gebre – Tsadik, La repressione fascista in Etiopia: la ricostruzione del massacro di Debrà Libanòs, in “Studi piacentini”, n. 1, 1997, pp. 79 – 128; I. Campbell, Il massacro segreto di Engecha, in “Studi piacentini”, nn. 24 – 25, 1999, pp. 23 – 46.

21 Capo di una provincia.

22 A. Del Boca, Italiani, brava gente?, cit., pp. 222 – 223.

23 R. Pankhurst, Come il popolo etiopico resistette all’occupazione e alla repressione da parte dell’Italia fascista, cit., p. 270.

24 Ivi, pp. 271 – 272.

25 Cfr. M. Ferrari, Il partigiano che divenne imperatore, Roma – Bari, Laterza, 2025. La missione, nata con l’obiettivo di organizzare militarmente la resistenza abissina, rappresentò una svolta nel rapporto tra l’antifascismo italiano e il fenomeno coloniale. In precedenza, non erano mancate da parte delle forze antifasciste italiane prese di posizione rispetto alla pacificazione della Cirenaica e mobilitazioni nel contesto del conflitto italo – etiopico.

26 A. Hilton, The Ethiopian Patriots. Forgotten Voices of the Italo – Abyssinian War. 1935 – 1941, Stroud, Spellmount, 2007.

27 Per tutte queste vicende, cfr. A. Del Boca, Gli italiani in Africa orientale. La caduta dell’impero, Roma – Bari, Laterza, 1982; A. Rovighi, Le operazioni in Africa Orientale (giugno 1940 – novembre 1941), Vol. I, Roma, Stato maggiore dell’esercito – Ufficio storico, 1988.

28 Cfr. N. Labanca, Strade o stragi? Memorie e oblii coloniali della Repubblica, in A. Rossi – Doria, G. Fiocco (a cura di), Annali del Dipartimento di Storia. Politiche della memoria, Università degli studi di Roma “Tor Vergata” – Facoltà di Lettere e Filosofia, n. 3, 2007, pp. 11 – 36.

Comunicato della Presidenza ETS- ISR La Spezia

La Presidenza della Fondazione ETS Istituto Spezzino per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea, in occasione della manifestazione neofascista promossa alla Spezia il 17 maggio 2024, richiama non solo il comma 1 della XII Disposizione nell’ambito di quelle transitorie e finali della Costituzione italiana: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”, sottolineando l’espressione “sotto qualsiasi forma”, ma ricorda che lo spirito della Costituzione stessa, su cui si regge lo Stato italiano,  è profondamente antifascista, essendo scaturito dalla lotta resistenziale politicamente unitaria dei partiti antifascisti del CLN e  dalla scelta, rischiosa e gratuita, spesso culminata nella morte,  di  donne, uomini, giovani e meno giovani, contro il fascismo e il nazismo, per un’Italia libera, democratica e giusta.

Franco Franchini, anche uomo di scuola

Uno sguardo da oggi a 27 anni fa (anno scolastico 1997-1998, V A, Liceo Scientifico A. Pacinotti, La Spezia).

di Maria Cristina Mirabello

In occasione della presentazione al pubblico dell’archivio di Franco Franchini, donato liberalmente a ISR La Spezia dalla famiglia, ho recuperato dalle mie carte private un documento raro e significativo: le pagine che potete leggere testimoniano infatti la disponibilità di Franchini a spendersi per il mondo della scuola che, come tenne a dirmi, lo aveva visto figurare, per un breve periodo, anche come docente.

Nel 1997-98 la classe V A del Liceo Scientifico “Pacinotti” (Preside: Maria Giovanna Delfino) completò, avendolo in qualche modo già iniziato in IV, il Progetto “Patria, patrie: identità e differenziazione”. Le materie interessate furono: Italiano- Latino (docente: Marisa Bernardini); Storia- Filosofia (docente: Maria Cristina Mirabello).

All’epoca, avanzando, sia nei fatti che nel dibattito pubblico, il concetto di globalizzazione, le docenti interessate decisero di lavorare impostando una programmazione ricavata dentro l’orario curricolare, sul concetto di “patria” (svariate accezioni storico-letterarie di esso), a partire soprattutto dall’Ottocento, con riferimento specifico, ma non unico, all’Italia del Risorgimento e del Novecento, con propaggini, per Storia, fino al secondo Dopoguerra.

Il percorso, molto complesso, comprendeva testi primari e testi critici tratti da una pluralità di fonti, rispondendo allo scopo di indurre gli studenti a ragionare per problemi: su questi ultimi fu anche svolta una verifica finale, concordata tra le due docenti.

Quell’esperienza non fu però solo cartacea. Infatti, per Storia, ritenni che occorresse far sentire alla classe V A anche la viva voce di chi, nel corso della Resistenza, aveva scelto di agire, in nome di quali motivazioni, con quali modalità e scopi, a favore della “patria Italia”. Perché, come ben sappiamo, la Resistenza rappresentò tre guerre in una: patriottica, civile, di classe.

Tre furono le personalità della Resistenza, nonché, in un caso, della Deportazione, coinvolte: Bianca Mori Paganini (17 febbraio 1998), Flavio Bertone (26 febbraio 1998), Franco Franchini (11 marzo 1998 e 15 aprile 1998).

Lo schema-base degli incontri, e quindi delle domande che sarebbero state fatte, preparato in classe con gli studenti a seguito di una discussione assai vivace, venne fornito in anteprima a ciascuna delle tre personalità, anche se, di fatto, ogni incontro si diversificò molto, nel suo concreto attuarsi, dagli altri.

Come si può notare, solo Franchini fu impegnato per due tornate: perché i ragazzi furono molto curiosi di sapere e perché la prima seduta risultò essere una sorta di lezione frontale introduttiva a quella che sarebbe stata la parte più propriamente dialogica, costituita dal secondo intervento. Nell’intervallo di tempo, tra marzo e aprile 1998, la classe ebbe inoltre modo di completare con me argomenti di storia del Secondo Dopoguerra, che risultarono particolarmente utili per capire la riflessione complessiva di Franchini, il quale si mostrò molto contento di poter parlare con studentesse e studenti.

Il fascicolo è così composto: trascrizione sintetica dei due incontri curata da uno studente della V A, a.s. 1997-98; alcune pagine, del tutto riassuntive del Progetto, allegate per consentire a chi legge di contestualizzare l’incontro con Franco Franchini. NB: la riproduzione, consistendo in scansioni pdf da originale, è conforme a quest’ultimo, anche nei refusi di spaziatura.

Maria Cristina Mirabello
vicepresidente e responsabile scientifica di Fondazione ETS- ISR La Spezia


Il video del convegno

QUI il link al Fondo

La storia del Battaglione “Vanni” al Salone del Libro di Torino

domenica 18 maggio alle ore 16,30

Nell’ambito del Salone internazionale del Libro di Torino

Presentazione del libro

Storia del Battaglione Garibaldino Melchiorre Vanni” (Edizioni Giacché, 2024)

di Maria Cristina Mirabello, vicepresidente ISR La Spezia.

Patrizia Gallotti, Presidente ISR La Spezia presenta la collana: “Sentieri di Libertà. Percorsi per riflettere”.

Lingotto Fiere Torino
Sala Liguria V151, Pad. Oval