“Per me votare Repubblica è stato come una liberazione”: Maria Cervia, dalla Resistenza alla conquista dei diritti delle donne

A cura di Annalisa Coviello

Pur provenendo da una famiglia agiata, con un padre possidente terriero e la madre figlia di un prefetto, Maria Cervia vanta una lunga militanza nelle file del Partito Comunista e un passato di staffetta partigiana di tutto rispetto. “È vero, mio padre era ricco, aveva terre e una splendida casa a Nicola di Ortonovo, dove peraltro siamo sfollati in tempo di guerra, però è sempre stato socialista e la cosa gli ha creato non pochi problemi, durante il fascismo.

“Papà nel 1921 era assessore comunale, si è sempre occupato di politica, fino a quando, almeno, glielo hanno permesso. Poi, con la dittatura, era costretto a vivere nascosto, a dormire nei fossi. I fascisti, addirittura, una volta ci volevano bruciare la casa, perché mio padre non aveva accettato di mettere il gagliardetto. È stato anche condannato al confino, e pensare che una malattia ormai lo aveva reso quasi cieco.

“Io sin da piccola mi facevo molte domande. Ad esempio, perché noi avevamo le scarpe e i miei amichetti giravano con gli zoccoli? Non mi sembrava giusto. E ho sempre cercato di combattere le ingiustizie.

“All’epoca del fascismo, c’erano troppe differenze sociali, quasi di casta. Ricordo che io, quando sono venuta a fare le superiori a Spezia, ero guardata con disprezzo, perché le mie compagne mi ritenevano ‘una contadina’. Poi, quando hanno letto, nella pagella, alla voce professione delpadre la scritta: ‘possidente’, l’atteggiamento è radicalmente cambiato, tutte volevano essere mie amiche.

“Perché ho iniziato a fare la partigiana? Semplice, la mia famiglia era perseguitata dai fascisti e poi a me il regime non poteva andare bene, così ho cercato di contribuire, nel mio piccolo, a dare una spallata per buttarlo giù. Non parliamo dei tedeschi: ce li avevamo in casa, perché avevano fatto proprio nel palazzo di famiglia la loro base per andare poi a far saltare le cave di Carrara. Una sera, hanno bussato alla porta i partigiani, che aiutavamo sempre, e noi avevamo ‘ospiti’ ventotto tedeschi. C’è voluto tutto il nostro sangue freddo…”

Eppure, proprio a un tedesco lei deve la vita. “C’era un ufficiale, che di professione faceva l’archeologo, che veniva da me a prendere lezioni di italiano. Eravamo diventati quasi amici. In paese, però, c’erano molti fascisti e così mi hanno denunciato per la mia attività sovversiva. Dovevo essere condannata a morte, ma quell’ufficiale mi ha fatto liberare e, finalmente, ho passato il fronte, spostandomi a Carrara.

“Sono sempre stata minuta, però mi portavo in giro per tutta la Lunigiana le armi in una specie di borsa con la reticella. Avevo una pistola piccola piccola, che mi ero procurata di nascosto, la tenevo sempre con me e sarei stata prontissima ad usarla. Ho visto i tedeschi far saltare in aria il ponte sul fiume Magra, nel 1944, ho sentito, e ce l’ho ancora nelle orecchie, la batteria che sparava contro Montemarcello. Un giorno, per ben sedici volte. Ho fatto la fame, perché ci avevano portato via tutto”. Ricordi che non si possono, né si devono, dimenticare. Mai.

Anche nel dopoguerra, ho continuato la mia attività politica. Per il referendum del 1946, ero rappresentante di lista al seggio di Piazza Verdi. Tante volte, le sere prima dell’elezione, andavo in giro ad attaccare i manifesti che avevo preparato io, scrivendoli a penna, perché i soldi per stamparli non c’erano proprio. Ma non ricordo un grande entusiasmo, soprattutto da parte delle donne.

Forse perché non avevano ancora compreso bene l’importanza del voto e, per capire bene cosa rappresentasse la Repubblica, magari occorreva maggiore consapevolezza politica. Noi avevamo cercato di fare di tutto, ricordo che io andavo ogni giorno a Ortonovo, che era sempre stata la mia zona, per ‘catechizzarle’, per spiegare cosa aveva combinato la monarchia, perché dovevamo allontanarla dall’Italia. Qualcuna mi ascoltava con interesse, qualcuna sembrava presa da tutt’altre faccende e problemi. Le esortavo a stare attente, a ricordarsi che il re era stata la nostra rovina, a guardare bene dove mettevano la croce, considerando anche il fatto che molte di loro non sapevano scrivere.

In ogni modo, se non avessero concesso il voto alle donne, sarebbe stato un abominio. Anche noi abbiamo partecipato, chi più, chi meno, alla guerra per la liberazione, dalla combattente in prima linea alla contadina, madre di famiglia, che divideva con i partigiani il suo pochissimo cibo. Personalmente, le ho sempre stimate entrambe e mi è sembrato doveroso che fosse loro concessa questa opportunità.

“Per me, andare a votare, e votare Repubblica, è stato un po’ come una liberazione. Anche se nella mia famiglia non era così, le donne un tempo non solo venivano tenute sottomesse, ma si sentivano inferiori agli uomini. E non è assolutamente giusto. Io non mi sono mai sentita meno di nessuno, né padre, né marito, solo perché sono nata di un altro sesso.

“Diciamo che quel famoso referendum di tanti anni fa ci ha sciolte da numerosi vincoli. Dopo, infatti, le donne hanno davvero iniziato il loro cammino verso l’emancipazione, sono entrate nelle fabbriche, in tutti i luoghi di lavoro, hanno preso pienamente coscienza dei propri diritti”. Insomma, il voto è stata una conquista. “Sicuramente. Costata tanto, troppo sangue e forse non capita, ancora oggi, da tutti, ma una conquista sì. E molto importante”.

Tratto da:

Anna Valle, Annalisa Coviello, Anch’io ho votato Repubblica. Le donne spezzine e la conquista del voto. Storia, immagini e testimonianze di un’epoca, Edizioni Giacché, 2008

Istituto spezzino per la Storia della Resistenza e dell'Età Contemporanea "Pietro M. Beghi" Fondazione ETS