a cura di Annalisa Coviello
È stata la prima segretaria dell’UDI in città e la guerra l’ha vissuta in prima linea, dato che ha svolto, con estremo rischio, il ruolo di staffetta partigiana ed è stata riconosciuta nel Battaglione S.A.P. IV Zona.
“Nella mia famiglia – spiega Rina Gennaro – eravamo sempre stati antifascisti, ma non avrei mai pensato di fare la partigiana. Lavoravo come commessa da Melley e un mio collega, che già portava i documenti per i ragazzi che erano scappati in montagna e si erano uniti alle brigate, mi ha detto: Perché non provi anche tu?’ E io l’ho fatto”. Ma quello che prima era stato un caso, ben presto si trasforma in una missione.
Con il nome di battaglia di “Anna”, lo stesso che poi darà alla sua unica figlia, Rina si occupava di tenere i collegamenti tra le formazioni della Spezia e la sede centrale di Genova, spingendosi, a volte, fino a Savona, città dalla quale portò alla Spezia Giovanni Rosso “Luigi” che, proprio durante la Resistenza, svolse un ruolo fondamentale, curando i collegamenti tra PCI e CLN in città con le Brigate ai monti.
“Un giorno, ricordo che ero salita sul treno a Sarzana e dovevo andare a Genova portandomi in borsa i nomi di tutti coloro che appartenevano alla IV zona operativa. A Vezzano, il treno si ferma e salgono i tedeschi, che cominciano a perquisire tutti i passeggeri”. Un momento di puro panico, ma la giovanissima staffetta non si perde d’animo.
“C’erano tutti i nomi dei ragazzi che erano in montagna, ma anche di quelli che tenevano i collegamenti con la città, dei capi, insomma, si trattava di documenti molto importanti. Che cosa dovevo fare? Per fortuna i fogli, dato che a quel tempo la carta non abbondava, erano molto sottili, così me li sono mangiati…”
Rina, il cui futuro marito si trovava proprio tra quei “ragazzi in montagna”, ne ha viste, come dice lei, “di tutti i colori”. “Il mio fratello più piccolo, che aveva appena 17 anni, è stato preso dalle Brigate Nere e portato prima a Spezia, al “21°”, poi alla Casa dello Studente a Genova” (due luoghi che sono rimasti nella memoria come sedi deputate alle torture e ai pestaggi, spesso conclusi con la morte della vittima, n.d.r.).
“Dopo settimane di prigione e di interrogatori, l’hanno caricato su un treno per la Germania. Per fortuna, poco prima di passare il confine, c’è stato un attacco al treno e così mio fratello è riuscito a scappare e nascondersi in un convento. È tornato a casa nell’agosto del 1945, ancora pieno di lividi per le botte che aveva ricevuto. E gli è andata bene”.
“I tedeschi cercavano anche me”, ricorda Rina. “E pure i fascisti. Al famigerato Gallo era stato fatto il nome di una certa Anna, una staffetta partigiana che portava in giro i documenti. Ero io”.
“Sapevo che era questione di giorni, perché qualcuno, prima o poi, avrebbe spifferato la mia vera identità. Così, sono scappata e ho passato il fronte, facendomi tutta la via dei monti, salendo da Sarzana per scendere poi oltre Viareggio, al fine di sfuggire alle pattuglie”.
Gli episodi che vengono in mente a Rina sono tanti, ma ce n’è uno particolarmente significativo, non solo per far capire il personaggio, quanto il clima che si respirava in quegli anni così difficili.
“Prima della guerra, abitavo al Canaletto, ma la nostra casa è stata una delle prime a venir giù per i bombardamenti. Così, ci eravamo trasferiti a Sarzana, da dove, ogni mattina, io venivo a Spezia a lavorare e a portare i documenti per i partigiani. Un giorno, mi sono trovata proprio in mezzo a un rastrellamento.”
Rina si riferisce al terribile rastrellamento di Migliarina del 21 novembre 1944, avvenuto per rappresaglia a seguito dell’uccisione di un repubblichino.
Sono centinaia e centinaia gli uomini fermati, portati nella vicina Flage, silurificio divenuto caserma migliarinese delle Brigate Nere, poi rinchiusi nella caserma “XXI reggimento Fanteria”, e infine deportati nei campi di sterminio. Fra loro anche Franco Cetrelli, 14 anni, il più giovane deportato politico italiano a Mauthausen, dove morirà.
“Ero in bicicletta e avevo, in una borsa che mi ero fatta fare apposta, con il doppio fondo, un carico di documenti da smistare ai dirigenti partigiani. Davanti alla chiesa di Migliarina, ho visto un sacco di gente. Un signore mi ha detto: ‘Hanno ammazzato un tedesco, stanno facendo un rastrellamento, non si può passare’, riprende Rina Gennaro.
“Allora, mi è venuto in mente che avevo, sempre nella famosa borsa, un documento, abilmente falsificato, nel quale si diceva che lavoravo per i tedeschi. Era, come dire, una specie di lasciapassare, ma non sapevo, visto che non l’avevo mai usato prima, se ci sarebbero cascati. Così, mi sono avvicinata a un ragazzo della milizia fascista.
“Ce l’ho ancora davanti agli occhi, come se fosse ora. Era molto giovane, con il fucile a tracolla. Gli ho detto: Fammi passare, perché se no arrivo tardi al lavoro e vado nei guai. Non vedi, su questo foglio c’è scritto che lavoro per i tedeschi e sai che loro sono fissati con la precisione’. Lui mi ha un po’ guardata, con gli occhi stanchi, poi ha preso il foglio, l’ha scorso e mi ha risposto, in dialetto spezzino: ‘E’ scritto in tedesco, non ci capisco niente’. Ci ha pensato per qualche secondo, anche se a me sono sembrati secoli, perché il tempo, in questi casi, non scorre mai, e poi mi ha detto, a bassa voce: ‘Vai, vai pure, ma non passare da viale Italia, fai tutte le strade interne, così arrivi prima”.
Di quel ragazzo, lei non ha mai saputo il nome e nemmeno se è sopravvissuto alla tragedia della guerra, ma lo ringrazia ancora, per un aiuto che, inconsapevolmente, è arrivato da dove meno se lo aspettava. Anche nell’immediato dopoguerra, Rina ha continuato a svolgere attività politica. Proprio in vista del referendum.
“Facevamo delle riunioni tra donne, che erano quelle, per così dire, preparatorie alla fondazione dell’UDI, per spiegare la fortuna che avevamo avuto nell’ottenere il voto. Ricordo che molte erano preoccupate, non sapevano bene che fare, ma volevano dire la loro, e noi le rincuoravamo, sostenendo che, dopo tutto, non era difficile. Bastava un segno solo…
“Tante donne erano un po’ restie, avevano un certo timore, perché da sempre erano sottomesse all’autorità degli uomini di casa, mariti o padri, e non capivano l’importanza di esprimersi in maniera autonoma, visto che non c’erano abituate, non riuscivano a percepire il concetto che poter votare, in qualsiasi maniera, andava comunque nel loro stesso interesse.
“Però il voto era molto, ma molto sentito, più di ora. Anche perché, parlando, c’era la convinzione di essere state tradite dalla monarchia. Eppure – mi riferisco a me, ma la stessa cosa credo possa valere per moltissime donne – non sapevamo nemmeno cosa volesse dire ‘repubblica’.
“Per fortuna, durante il periodo della lotta partigiana, c’erano stati dei collegamenti con le altre nazioni che avevano proprio questa forma di governo e quindi, pur non essendo sicure di dove si potesse arrivare, eravamo, in genere, consapevoli del fatto che dovevamo fare qualcosa per stare un po’ meglio. Dopo il periodo fascista, che ci aveva relegate tutte nel ruolo di mogli e di madri, stavamo prendendo consapevolezza dei nostri diritti”.
Lo dice una donna che, come segretaria dell’UDI, le battaglie per il raggiungimento di questi ultimi se le è fatte tutte. In prima linea. “Ricordo che, il giorno delle elezioni per il referendum, ai seggi c’erano parecchie donne. Non chiedevano niente, come se avessero paura, o si vergognassero di parlare, ma a me sembravano contente. Felici di poter esprimere, per la prima volta nella loro vita, una propria opinione”.
Tratto da:
Anna Valle, Annalisa Coviello, Anch’io ho votato Repubblica. Le donne spezzine e la conquista del voto. Storia, immagini e testimonianze di un’epoca, Edizioni Giacché, 2008
Biblio/sitografia
https://partigianiditalia.cultura.gov.it/persona/?id=5bf7bf504d235218049f2cee
https://www.isrlaspezia.it/wp-content/uploads/2013/09/Intervista-a-Rina-Gennaro.pdf
https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/g-d-d-gruppi-difesa-della-donna/
https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/s-a-p-squadre-azione-patriottica/
Antonio «Silvio» Borgatti, curatore Aldo Giacché, Anni clandestini. Memorie dal 1904 al 1945, Edizioni Giacché, 2022
Maria Cristina Mirabello, Storia del Battaglione Garibaldino «Melchiorre Vanni». IV Zona Operativa, Edizioni Giacché, 2025
L’Unità, 2 ottobre 1945, sul congresso UDI del 30 settembre 1945 tenuto in Sala Dante a La Spezia