a cura di Annalisa Coviello
Vega, nome di battaglia “Ivana”, non ha mai impugnato un’arma, ha trasportato una volta sola una pistola nella sporta della spesa, ma ha svolto un ruolo molto delicato e per certi aspetti nodale. Per questo motivo, è stata riconosciuta come partigiana, con grado di maresciallo, nel battaglione della Squadre Azione Patriottica (SAP), IV Zona.
Aveva solo diciassette anni, Vega Gori, quando ha iniziato a compiere azioni, come ricorda lei stessa, “tanto fuori dalla quotidianità. Ma forse c’è una spiegazione: a me e a molti della mia generazione sembrò ‘normale’, perché necessario, richiesto dunque dagli eventi, assumere posizioni che, in effetti, scontate non erano…”
Nulla nella vita di Vega è stato scontato, a partire dal nome. “Mio padre, quando sono nata, è uscito fuori, guardava le stelle e ha detto: la chiameremo Vega. E la stella Vega è una stella di prima grandezza della costellazione della Lira. Lui ha navigato e conosceva abbastanza bene tutte queste cose e ha deciso di chiamarmi così”.
Nata a Casalmaggiore, in provincia di Cremona, arriva alla Spezia nel 1934 perché il padre, anarchico e antifascista, era sempre in giro a cercare lavoro. “Quando venivano a sapere che non aveva la tessera del fascio, regolarmente lo licenziavano.
“La svolta per me è arrivata con l’8 settembre. Vedevo in città una fiumana di gente, tutta sparsa di qua e di là, proprio sbandata…Tramite un operaio della Terni, Filippo Borrini, (responsabile del gruppo giovanile clandestino, il Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile comunista-partigiana, n.d.r), con i miei fratelli, abbiamo deciso di organizzare qualche cosa”.
Per inciso, anche i nomi dei fratelli di Vega sono abbastanza curiosi. Uno si chiamava Lenin…poi fatto ribattezzare durante il fascismo, per ovvi motivi, Franco… e l’altro Erro, dalla prima persona del presente indicativo del verbo errare, come a dire che quel figlio era capitato per sbaglio.
Vega non ha esperienze particolari, ma una cosa la sa fare: scrivere a macchina. Un’attività indispensabile, e, infatti, lei lavora dall’estate 1944 con Antonio Borgatti “Silvio”, segretario provinciale del PCI spezzino, e si occupa di tutta la corrispondenza del PCI e dei verbali delle riunioni del Comitato di Liberazione, per riconsegnarli, una volta pronti, ai vari addetti. Ricopia anche gli articoli dei giornali, tipo Noi Donne o l’Unità, utilizzando delle accortezze da esperta tipografa. “Anna Maria Vignolini, Valeria, mi aveva insegnato a scrivere i titoli dei giornali a lettere grandi e a riempirle con il segno della percentuale”. Un lavoro certosino, ma che rendeva il tutto molto più credibile, come se fosse un giornale vero.
“I dirigenti tenevano molto in considerazione le donne: se non ci fossimo state noi, non so come avrebbero potuto fare, ad esempio per tenere i collegamenti: gli uomini non c’erano, o nascosti oppure ai monti”.
Tante azioni, compiute con coraggio o, forse, come ricorda la stessa Ivana, con quell’incoscienza tipica della gioventù. “Ho deciso di tingermi una camicetta di rosso e quando andavo in città facevo in modo di passare in bicicletta davanti all’attuale prefettura, dove erano di guardia elementi della milizia fascista”.
Alle elezioni del ’46, Vega Gori non ha potuto esprimersi, perché era troppo giovane. Ed era veramente addolorata. A tal punto che suo padre, anarchico da sempre, è andato a votare, nonostante le sue ideologie glielo proibissero, proprio per esprimere la preferenza della famiglia per la Repubblica. Anzi, lui era veramente perplesso sul non presentarsi ai seggi, visto che un anarchico aveva dovuto eliminare un re a colpi di rivoltella (in riferimento all’attentato perpetrato da Gaetano Bresci contro Umberto I nel 1900, n.d.r.), mentre ora si poteva mandare via con una matita….
Subito dopo la guerra, “Ivana” continua a lavorare come dattilografa nella Federazione Provinciale del PCI, poi nella redazione di “Paese Sera” e, infine, entra in un ufficio governativo, lasciando il lavoro dopo la nascita della figlia. Ha quindi occasione in quel periodo di entrare in contatto con moltissima gente.
E chiudiamo questo suo ricordo con un episodio simpatico. “Nel 1946 è venuto il presidente del Partito Comunista Francese, Marcel Cachin. Mentre organizzavamo la sua visita, a un certo punto è venuto fuori che i francesi adoravano i marron glacé. Nessuno li conosceva, qui, da noi, però, pur con quella penuria che c’era in città, siamo riusciti a trovarli”.
Perché, come dice Italo Calvino in una famosissima canzone, avevano vent’anni e, in guerra come poi nella nuova Italia, oltre il ponte, vedevano davvero tutto il bene del mondo.
Biblio/sitografia
https://partigianiditalia.cultura.gov.it/persona/?id=5bf7bf664d235218049f315c
https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/g-d-d-gruppi-difesa-della-donna/
https://www.isrlaspezia.it/strumenti/lessico-della-resistenza/s-a-p-squadre-azione-patriottica/
https://www.isrlaspezia.it/wp-content/uploads/2013/09/Intervista-a-Vega-Gori.pdf
Vega “Ivana” Gori, Maria Cristina Mirabello, “Ivana” racconta la sua Resistenza- Edizioni Giacché, 2013
Antonio «Silvio» Borgatti, curatore Aldo Giacché, Anni clandestini. Memorie dal 1904 al 1945, Edizioni Giacché, 2022