Croce al merito di guerra, Vera Del Bene, “Libera”, lo è sempre stata, anche nei fatti.
“Ho gestito da sola il mio cervello, il mio corpo, senza che nessuno, nemmeno il movimento femminista mi fosse dietro. Sono stata una ribelle fin da bambina e così ho continuato”.
Nata a Levanto nel 1921, Vera cresce in una famiglia antifascista, libera nel pensiero, il che, all’epoca, non era cosa da poco…. “Eravamo totalmente poveri; io e mio fratello Mauro andavamo a scuola, gli altri a lavorare, le due ragazze erano a servizio dai signori. A scuola per scrivere usavamo la carta da pacco dei negozianti, non avevamo quaderni perché il patronato scolastico a noi, figli di un comunista, li consegnava alla fine dell’anno. A scuola se si doveva punire qualcuno erano i figli dei comunisti: ti mettevano in ginocchio sul sale”.
Quando, dopo l’8 settembre 1943, l’Italia si spacca e la guerra civile dilania il Paese, sceglie senza esitazioni da che parte stare. Sale in montagna, si unisce al Battaglione Maccione della Brigata “Gramsci” nella IV Zona Operativa spezzina e diventa una delle rare donne combattenti armate.
Non una staffetta o una ausiliaria, ma una partigiana che ha imbracciato uno Sten. “Se resti con noi devi imparare a sparare”, le hanno detto i compagni. E lei si fa coraggio e impara…” La prima volta che ho impugnato una pistola, mi tremavano le mani. Al primo colpo, ho rinculato e ho avuto paura. Ma dovevo imparare, anche per difendere la mia pelle”. Ben presto, passa dalla rivoltella allo Sten, diventando parte viva della lotta armata contro fascisti e nazisti.
Ma, per Vera, combattere non è mai stata soltanto una questione di armi. “Sparare non è cosa semplice, perché i morti ti guardano sempre. Hai davanti una persona giovane come te solo che sta dalla parte, a tuo giudizio, sbagliata”. In queste parole, c’è la consapevolezza profonda di chi ha visto da vicino la morte, ma non ha smesso di credere nella vita. Anche se con tanto dolore.
Per lei, la Resistenza non è stata solo guerra, ma un cammino di crescita, di coscienza, di dignità: “Essere donna, come io sono sempre stata, lottando, ha cambiato la mia vita. Ho preso coscienza di quello che sono”.
Tante sono le storie che ha raccontato “Libera”. Ma fra quelle che l’hanno più segnata, c’è stata la vicenda di Erich Heinrich Rahe, un soldato tedesco di stanza a Levanto. Vera ricordava che fu proprio lui ad avvisarla di una imminente rappresaglia nazista, permettendo a lei e ai suoi compagni di salvarsi. Rahe disertò poco dopo, scegliendo di unirsi ai partigiani italiani nella stessa Brigata “Gramsci, Battaglione “Maccione”.
Sulla Resistenza dei tedeschi, si sa ancora poco. Fino a non molto tempo fa, infatti, si tendeva a uniformare tutta la Germania in un’adesione cieca e totale al nazismo. Non è stato così. I militari della cosiddetta “Operazione Valchiria”, che hanno tentato di assassinare Hitler un anno prima della fine della guerra e del disastro totale, i coraggiosi studenti della “Rosa bianca”, i vescovi e gli oppositori politici, come Rudolf Steiffert, cui è intitolato il Museo della Resistenza della Casa dello Studente di Genova, sono forse gli esempi più noti. Di sicuro, non si è mai trattato di un fenomeno di massa e organizzato come quello italiano o francese, ma sono stati moltissimi gli oppositori al regime nazista anche in Germania.
E, fra questi, anche i militari che disertano, che vogliono uscire dalla follia, ritornare a essere umani, anche a costo della morte. Come è successo a Rudolf Jacobs. È andata meglio, invece, al “buon tedesco” di Vera Del Bene: Rahe muore nel 2022, all’età di 97 anni.
“Regime voleva dire impedire la libertà di pensiero, di parola, di espressione. Avevo capito che si trattava di un governo che imponeva tutto, e che quindi non era giusto. Noi ragazze ci parlavamo, discutevamo i volantini che arrivavano dai compagni, come quello firmato da Togliatti, ‘Ercoli’. Ci interrogavamo su chi fossimo e dove volessimo andare. Era già il germe di una coscienza nuova, di un’Italia che voleva diventare diversa.
Scesa dai monti, mi sono sentita molto sola. Ho voluto una figlia per questo: per avere una cosa mia, bella e pulita, la cosa più bella della mia vita”. Anche nel dopoguerra, la lotta di Vera non è finita. È andata a lavorare in Arsenale, ha partecipato alle commissioni interne, è stata licenziata, durante il periodo del governo guidato da Mario Scelba (in carica dal febbraio 1954 al luglio 1955) insieme ad altri lavoratori, per “punizione” per le sue idee politiche, ma ha continuato l’impegno nel Partito Comunista Italiano.
Ha partecipato all’ANPI, al sindacato dei pensionati, e negli anni Novanta ha contribuito a fondare in città il primo Centro Anziani, un luogo di solidarietà e incontro.
Chi la conosceva la descrive come una donna diretta, ironica, capace di essere tenera e durissima nello stesso tempo. La sua battaglia più grande, forse, non fu quella sui monti, ma quella di ogni giorno.
“Amo moltissimo la vita, ma dopo aver visto tanta morte mi sento infelice. Però mi sono sempre sentita Libera”.
E davvero lo è stata: nel pensiero, nelle scelte, nel coraggio di restare fedele a sé stessa.
Biblio/sitografia
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https://www.anpi.it/biografia/vera-del-bene
M.Elisabetta Tonizzi, Irene Guerrini, Marco Pluviano, Partigiane nella Resistenza in Liguria 1943-1945, De Ferrari, Genova, 2026