Battaglione Matteotti-Picelli

A cura di Maria Cristina Mirabello

Avvertenza: la denominazione del battaglione[1] garibaldino “Matteotti[2]-Picelli[3]” deriva dalle due distinte componenti del Battaglione stesso che solo ad un certo punto della Resistenza spezzina si unificano. Proprio per questo motivo la scheda segue la storia delle due componenti in modo separato fino al momento in cui esse confluiscono. La data dell’unificazione va dal 25 novembre al 9 dicembre 1944, sebbene quella più probabile sia il 30 novembre 1944. La storia che scriviamo dopo la fusione diventa naturalmente unica.

La scheda risulta dunque così articolata:
a) “Picelli” fino alla fusione con il “Matteotti”
b) “Matteotti” fino alla fusione con il “Picelli”
c) “Matteotti-Picelli

N.B. Si inizia la scheda dal “Picelli” perché la sua formazione è precedente a quella del “Matteotti”.

“Picelli” fino alla fusione con il “Matteotti”

Da Osacca a Succisa e Lago Santo
Il “Picelli” è in origine una formazione legata al Partito Comunista di Parma, originatasi nel gennaio 1944 da gruppi precedenti di antifascisti e di sbandati, una parte dei quali ha partecipato il 25 dicembre 1943 allo scontro di Osacca (Val Noveglia, Comune di Bardi, Parma), ritenuto il primo scontro armato fra fascisti e partigiani sulle montagne parmensi. Tale nucleo è raccolto intorno a Fermo Ognibene e ad esso si ricongiunge a gennaio Dante Castellucci “Facio”[4]. Quest’ultimo ha militato con i fratelli Cervi, è stato preso prigioniero con loro ma si è fortunosamente salvato, fingendosi cittadino francese e fuggendo dal carcere di Parma, dove nel frattempo è stato portato.

Il gruppo di Ognibene, dopo un’azione parzialmente fallita nei pressi di Borgotaro, valica l’Appennino e va nell’alta valle pontremolese del torrente Verde. Si tratta di circa venticinque partigiani che si riconoscono dipendenti dalla XII Brigata Garibaldi di Parma e cui si aggiungono man mano altri elementi: fra essi il sarzanese Giorgio Giuffredi. Proprio con l’apporto di queste nuove forze il gruppo diventa Battaglione, è comandato da Fermo Ognibene (“Alberto”), Vice-comandante è Dante Castellucci (“Facio”).

Tale formazione assale il 10 marzo 1944 il casello ferroviario fra Grondola e Guinadi, acquisendo armi; stessa cosa avviene anche due giorni dopo, alla stazione di Guinadi, dove viene recuperata l’unica arma pesante, una Breda 20. Contemporaneamente a questi fatti arriva in zona il gruppo di partigiani provenienti da monte Nebbione (Fosdinovo, MS), antesignani di quella che sarà la futura Brigata garibaldina “U. Muccini”, aggregato per il momento alla banda “Betti”.

Quando però, a seguito dei fatti di Valmozzola c’è a metà marzo un feroce rastrellamento della X M.A.S., su ordine del Comando Parmense, il “Picelli” ripiega al lago Santo (Appennino parmense). Per procedere in questa operazione, la formazione si divide in due: una parte, comandata da Fermo Ognibene, sosta a Succisa dove, forse per una delazione, il 15 marzo 1944 viene sorpresa dalla X MAS. Ognibene muore in tale frangente, da eroe: benché ferito protegge infatti la ritirata dei suoi, lanciando contro il nemico le ultime bombe e gridando “Viva l’Italia e viva la libertà”.

L’altra squadra, con il vice-comandante Dante Castellucci, raggiunge il lago Santo, dove il 18 marzo è circondata dal nemico (30 tedeschi e 80 legionari). La battaglia dura dal pomeriggio del 18 marzo 1944 al primo pomeriggio del 19, quando i nazi-fascisti rinunciano all’attacco frontale, lasciando alcune sentinelle, con l’intento di ritornare successivamente in forze.

E tuttavia i partigiani, nove in tutto[5], che, dando vita ad una pagina gloriosa di storia partigiana, hanno resistito alle soverchianti forze nemiche, riescono ad allontanarsi a gruppi di tre, eludendo le sentinelle. Gli uomini, sotto la guida di Dante Castellucci, ritornano attraverso il passo del Cirone nell’alta valle del Verde, a Fontana Gilente.

Fra 15 e 16 aprile 1944 viene scatenato dai nazi-fascisti un massiccio rastrellamento: la settantina di uomini di “Facio” non riesce a sganciarsi in modo ordinato, per cui solo una parte arriva alle Cascine di Nola nei pressi di Albareto, luogo prefissato per il ricongiungimento.

“Facio” comandante del “Picelli”
In questa difficile fase per un periodo vengono perdute le tracce del “Picelli”, sebbene “Facio” adotti la tattica estremamente efficace di far compiere ai suoi uomini rapide apparizioni in tutto il territorio, così da indurre l’avversario a credere di avere di fronte numerosi partigiani.

In tale ambito va segnalato l’episodio di Berceto dove sempre “Facio”, bleffando sulle forze a sua disposizione, con soli sette uomini, costringe alla resa dodici carabinieri, requisendo una grande quantità di materiale, viveri, coperte, utensili, armi, munizioni e una macchina da scrivere, nonché asportando anche una somma di danaro considerevole dall’Ufficio Postale del paese.

Il “Picelli”, quindi, dalle Cascine di Nola (nell’ultima fase di permanenza in tale luogo arriva anche Nello Quartieri “Italiano” che diventerà in seguito comandante del “Matteotti-Picelli”) si sposta verso il monte Molinatico e a Ca’ del Guelfo, sulla strada allora mulattiera del Bratello. Proprio a Ca’ del Guelfo il 15 maggio 1944 giunge il comunista Antonio Cabrelli[6], “Salvatore”, guinadese di origine, ben accolto in quanto conosciuto dai compagni locali come vecchio antifascista, fuoruscito in Francia, poi confinato e incarcerato dalla Repubblica di Salò.

Cabrelli, che tanta parte avrà nelle vicende successive del “Picelli”, compreso il processo e l’esecuzione di “Facio” nel luglio 1944, viene subito proposto dallo stesso “Facio” quale Commissario politico del battaglione e tale rimane fino ai primi di giugno quando, di fronte all’aumento dei partigiani fino a circa 250, viene decisa una riorganizzazione del “Picelli”.

“Facio” e Vittorio Marini sono rispettivamente Comandante e vice-Comandante del Battaglione, Enrico Gatti (“El Gato”) e una donna, l’insegnante pontremolese Laura Seghettini, sono rispettivamente commissario e vice-commissario. Il Battaglione si divide in tre distaccamenti: il primo è intitolato a Fermo Ognibene, comandante di esso è Ennio Vecchi “Giuseppe”, commissario il vice-comandante di battaglione Marini. Il secondo distaccamento prende il nome di “Gramsci”, è comandato da Nello Quartieri ed ha come commissario Antonio Cabrelli che però continua ad esercitare anche il ruolo di Commissario di Battaglione. Il terzo distaccamento, chiamato “Frigau” in memoria di un morto del “Picelli”, è comandato da Giorgio Giuffredi ed ha come commissario politico Antonio Pocaterra.

Il Battaglione, che si colloca con i suoi distaccamenti in luoghi diversi (il “Gramsci” sta a Baselica, gli altri due si spostano verso lo Zerasco e Albareto), vive, anche a causa anche dell’aumento degli aderenti, in gravissima penuria di armi, cibo e vestiario, tanto che il 5 giugno 1944 “Facio”, accompagnato da quattro partigiani, matura la decisione di recarsi nella pianura di Reggio Emilia, vicino a Campegine, territorio da lui ben conosciuto, per procurarsi quanto manca, cosa che viene conseguita assalendo una banca. Egli percorre poi il cammino all’indietro rientrando alla base dopo dodici giorni, quindi verso il 14 giugno. Nel frattempo la situazione del Battaglione ha avuto qualche mutamento e comunque, dato l’incremento dei partigiani, al rientro di “Facio” probabilmente si formano anche altri due distaccamenti, al comando di Emilio Pellistri “Mastrilli” e di Jolando Simonazzi “Eros”.

Il Battaglione si sposta quindi, poco dopo il 15 giugno 1944, al Monte Boschetto, sul confine fra Massa e Parma, dove il distaccamento “Gramsci” riceve finalmente delle armi più moderne grazie ad un aviolancio. In questo contesto acquista importanza la figura di “Salvatore” (Antonio Cabrelli): quest’ultimo infatti è riuscito ad ottenere, grazie ai rapporti tessuti con altre formazioni partigiane, le armi, tiene discorsi politici agli uomini, rendendosi punto di riferimento per un progetto di unificazione delle forze partigiane sparse sull’Appennino in un unico battaglione legato al C.L.N. e soprattutto al P.C.I. spezzino. Tale Battaglione avrebbe dovuto essere comandato da Primo Battistini “Tullio” (v. per la figura di “Tullio”, innanzitutto Brigata Garibaldi U. Muccini, sia Scheda vera e propria che Note, in particolare le note 8, 16, 20, comprese Fonti citate per esse e prima parte della Scheda Battaglione Melchiorre Vanni) e avrebbe avuto quale Commissario appunto Cabrelli.

Si tenga anche conto del fatto che durante l’assenza di “Facio” il comando del Battaglione è stato affidato a Nello Quartieri (“Italiano”) e il ruolo di Commissario allo stesso Cabrelli, anche perché il Commissario in carica, Enrico Gatti, si reca sovente al Comando della Brigata Garibaldi parmense, da cui il “Picelli” (denominato ufficialmente così dal giugno 1944) formalmente dipende.

Al rientro “Facio” riprende il comando e “Italiano” e “Salvatore” risultano rispettivamente Comandante e Commissario del distaccamento “Gramsci”, che però muta nome essendo neo-intitolato a Fermo Ognibene: ciò accade perché il vecchio distaccamento “Ognibene” viene dedicato a Ennio Vecchi “Giuseppe”, già suo comandante, morto nel frattempo in uno scontro.

Il cambio di nome non è accettato da Cabrelli: probabilmente a questo punto si instaura una duplice denominazione, un po’ “Gramsci” e un po’ “Ognibene”, con l’avvertenza che chi usa il nome “Gramsci” tende ad affermare una certa autonomia del “Gramsci” dal corpo del “Picelli” e soprattutto a guardare con particolare attenzione verso l’obiettivo dello spostamento del “Picelli”, dipendente ancora da Parma, nello Spezzino, territorio in cui sono in atto tentativi di unificazione per le varie bande partigiane, come si vedrà nei paragrafi seguenti.

Il processo e la morte di “Facio”

Non a caso in tale fase il distaccamento che ha come Commissario politico Cabrelli, sembra autonomizzarsi rispetto agli altri nuclei, da cui si allontana anche territorialmente, e legarsi sempre più allo stesso Cabrelli. Questo accade anche perché Nello Quartieri “Italiano”, verso il 5 luglio 1944, lascia i Frandalini di Adelano, dove il distaccamento si trova, per cercare rifornimenti nella media Val di Magra. Durante questa trasferta però egli incappa nel terribile rastrellamento nazifascista che, contemporaneamente, nella zona fra Pontremoli e Comano, causa stragi, incendi, compreso lo sfasciamento della Brigata d’assalto 37 B. Lo stesso “Italiano” è fatto prigioniero e avviato alla deportazione ma, mentre è in corso il suo trasferimento, fra Rubiera e Sassuolo in Emilia, riesce a gettarsi dal camion su cui è stato caricato e rientra fortunosamente in formazione verso il 18 luglio 1944.

Proprio nei giorni di assenza di Quartieri sono però maturate le condizioni che porteranno alla tragica morte di “Facio” la quale va inquadrata, oltre che nell’ambito dei rapporti personali e dello scontro fra figure ed esperienze molto diverse, quali risultano essere quelle del giovane Jacopo Castellucci “Facio” e del navigato Antonio Cabrelli “Salvatore”, anche nel difficile e delicato passaggio del territorio spezzino ad un Comando Unico, che si forma, dopo diversi tentativi, il 28 luglio 1944 a Zeri, quando nasce la I Divisione Liguria[7].

Praticamente Cabrelli, assurto ad una posizione di primo piano, poggiando sulla fama di un passato antifascista e sul distaccamento “Gramsci” che considera suo (e che ha controllato, in assenza di Quartieri, tramite Silvio Mari), nei convulsi giorni in cui si passa dall’obiettivo di organizzare una IV Brigata Garibaldi Liguria (costituita ufficialmente il 5 luglio 1944) alla effettiva costituzione invece della I Divisione Liguria, di cui la IV Brigata Garibaldi è in un certo senso “matrice”, riveste una posizione di notevole prestigio.

Quando poi, formatasi la I Divisione Liguria, non si parlerà più, se non sporadicamente, di IV Brigata Garibaldi Liguria, visto che la Garibaldi in questione è ricondotta alla Brigata Gramsci la quale confluisce nella I Divisione Liguria, Antonio Cabrelli diventerà commissario politica di quest’ultima. Ma a tale esito si arriverà a fine luglio: nel frattempo si cercano contatti con “Facio” per discutere con lui la presenza del “Picelli” fra le forze che avrebbero proceduto all’unificazione nello Spezzino.

La situazione è però fluida: “Facio” rimane oltretutto assente per qualche giorno con l’obiettivo di compiere una spedizione, mentre nel frattempo il distaccamento “Gramsci” si autonomizza ulteriormente e, in assenza di “Facio”, viene fatta opera di persuasione presso gli uomini per convincerli a passare sullo Spezzino e sotto il costituendo Comando Unico. Quando “Facio” rientra dal Mulazzese, dopo circa una settimana di assenza, trova una situazione in fermento, nella quale ravvisa forti spinte centrifughe, ed in cui si innesta la spinosa questione dei lanci aerei di materiale del quale hanno necessità i partigiani.

E fondamentalmente[8] proprio su un lancio viene imbastito il processo che porta all’esecuzione di “Facio”, accusato di essersi impadronito di una piastra di mortaio destinato al Battaglione “Signanini” (“Vanni”) di Primo Battistini.

“Facio” è convocato, apparentemente in modo pacifico e per chiarire la sua posizione, il 21 luglio 1944 presso il comando della “Vanni” ad Adelano di Zeri dove è condannato a morte, con sentenza emessa da un Tribunale partigiano della cui composizione non si hanno i criteri. Il Tribunale che giudica il comunista “Facio” è presieduto dal comunista Antonio Cabrelli “Salvatore” (alcuni dicono però che avrebbe svolto il ruolo della pubblica accusa) ed è tutto composto da elementi comunisti o comunque di area comunista, Luciano Scotti (“Vittorio”)[9], “Alda” (pseudonimo non decifrato riconducibile probabilmente allo spezzino Nello Scotti, padre di “Luciano”), Renato Jacopini (“Marcello Moroni”)[10], Primo Battistini (“Tullio”)[11], Giovanni Albertini (“Luciano”)[12]: vale la pena di notare come i particolari della vicenda, la stessa composizione del Tribunale e le posizioni dei membri di esso al momento della condanna (e subito dopo) non siano mai state definitivamente chiarite.

Il Tribunale pronuncia, secondo il verbale redatto probabilmente in data successiva, la sua sentenza capitale alle 21 del 21 luglio 1944 ed essa viene eseguita il 22 luglio 1944, all’alba. Alle ultime ore di vita di “Facio” è presente la sua compagna, Laura Seghettini, la quale, subito dopo la fucilazione, viene tenuta sotto stretta sorveglianza (ma riuscirà a fuggire verso Parma, ritornando alla XII Brigata Garibaldi di cui diventerà vice-Commissario politico).

Il grave episodio, peraltro aspramente criticato dal Segretario del Partito Comunista, Silvio Borgatti, che, venutone a conoscenza successivamente, invia sul luogo Paolino Ranieri in ispezione e che in uno scritto lamenta sia le modalità con cui si è arrivati alla condanna che la condanna stessa, suscita una profonda crisi nel “Picelli”.

Il Battaglione, nel periodo seguente alla morte di “Facio” ed in cui viene attuato dai nazi-fascisti il rovinoso rastrellamento del 3 agosto 1944, sembra quasi liquefarsi. Il distaccamento “Gramsci”, chiamato a quel punto Brigata d’Assalto “Antonio Gramsci”, viene messo agli ordini di Nello Quartieri e la funzione di Commissario è svolta da Silvio Mari. In questa fase alcuni uomini guidati da Vittorio Marini di Pontremoli e dal parmense Antonio Pocaterra se ne vanno: fra essi il Commissario di Battaglione Enrico Gatti “El Gato” che, a sua volta, rientrato alla base e saputo della morte di “Facio” si reca a Parma e qui rimane nel S.I.M., cioè nel Servizio Informazioni Militari partigiano. Sempre a Parma va Laura Seghettini, come già detto sopra, abbandona il “Picelli” anche Simonazzi e, all’inizio di autunno, un ulteriore contingente di uomini.

Diaspora e crisi dopo la morte di “Facio”
Permanenza del “Picelli” sotto la guida di Nello Quartieri “Italiano”

Gli uomini del “Picelli” non hanno neppure la certezza di essere ancora “Picelli” o di essere semplicemente confluiti nella Brigata “Gramsci”. Numerose e laceranti sono le polemiche di cui si ha documentazione: fra l’altro il rovinoso rastrellamento del 3 agosto 1944, sopra accennato, diventa per il Comando Unico, in cui ha funzione di rilievo Antonio Cabrelli, in quanto Commissario politico riconfermato in tale ruolo, per mettere sotto accusa Quartieri perché quest’ultimo avrebbe dato subito ordine di sbandamento agli uomini. Tale accusa è però respinta da Quartieri con scritti al CLN provinciale e regionale, dimostrando di avere avuto la situazione in pugno fino al 4 agosto a metà giornata. In realtà, sullo sfondo, sta il problema del rapporto fra lo stesso Quartieri e le Brigate “Garibaldi”, tanto che il colonnello Fontana, comandante della I Divisione Liguria, gli ordina di chiarirsi in tal senso.

Il 13 settembre 1944 il Comando di Divisione decide infine di assegnare il comando del “Gramsci-Picelli” a Luciano Scotti “Vittorio” (che ne è divenuto Commissario da qualche giorno), dividendo il Battaglione in due distaccamenti, uno affidato a Nello Quartieri “Italiano” (da questi chiamato immediatamente “Picelli”[13]) e l’altro a Silvio Mari “Silvio”. I due comandanti, in data 17 settembre, si impegnano poi ad ubbidire agli ordini del Comando della Brigata garibaldina “Gramsci”.

I dissidi fra il Comando Unico e “Italiano” riemergono in occasione del rastrellamento dei primi di ottobre 11944, nel corso del quale gli uomini del “Picelli” si sentono abbandonati dal Comando Divisione, tanto che si ventila l’idea di spostarsi fuori dalla zona della Ia Divisione Liguria, sebbene si receda poi da tale ipotesi[14] nel mentre la posizione di Antonio Cabrelli risulta sempre più criticata, tanto che in una lettera del Federale del Partito Comunista ai monti (il così detto Federale bis) si fa presente la necessità di sostituire lo stesso Cabrelli con Tommaso Lupi in qualità di Commissario della I Divisione Liguria (cosa che avverrà definitivamente prima del rastrellamento del 20 gennaio 1945), mentre lo stesso Comandante Mario Fontana, mai intervenuto sulla faccenda, parla ora di “madornale errore” riguardo la fucilazione di “Facio”.

Il 10 novembre 1944 il Raggruppamento Brigate Garibaldi assegna al “Picelli” in caso di nuovi rastrellamenti la difesa di Monte Antessio e al Battaglione “Matteotti” il tratto Antessio-Picchiara.

Sta per finire in tale data la seconda fase della vita del “Picelli” dentro la Brigata “Gramsci” e per arrivare la fusione con la Brigata “Matteotti” che avviene poco dopo.

“Matteotti” fino alla fusione con il “Picelli”

I socialisti progettano la costituzione di una formazione “Matteotti”
Dopo il drammatico rastrellamento dei primi di agosto 1944, a Genova, da parte di alcuni esponenti socialisti (fra cui Oscar Lalli lì pervenuto), si prende in considerazione l’idea di formare delle Brigate d’ispirazione socialista sia nello Spezzino che a Massa Carrara.
Il Comitato Militare Ligure consente alla costituzione della 28° Brigata Matteotti in Apuania. Arrivato alla Spezia, Lalli si incontra con i socialisti Pietro Beghi “Mario” segretario del CLN, e con Rolando Locori. In questa occasione si decide di far nascere la 28° Matteotti alla Spezia, mentre gli Apuani avranno la 29°. Nella seconda metà di agosto, probabilmente il 16, si tiene ai Casoni un incontro organizzativo in cui si ritrovano, ispiratori e fondatori della formazione, Francesco Coni (“Franco”)[15], Enrico Montano (“Bombarda”), Ivano Balestrieri, Vincenzo Puglia, Agostino Bronzi ed altri.

Nascita e azioni del “Matteotti” fino ai rastrellamenti di novembre 1944
Il comando viene affidato a Franco Coni, già tenente carrista in SPE e compagno di Piero Borrotzu, di ispirazione socialista ma poco incline ai legami e risvolti politici, convinto però ad accettare la carica per gli aspetti militari di essa, particolarmente necessari nella loro evidenza dopo il rovinoso rastrellamento dei primi di agosto.

Ben presto ci sono nuovi arrivi: fra essi Giuseppe Casini, Luciano Duranti, Emilio Rossi, Mauro De Bernardi, Gino Camaiora, Berardo Gallotti, Mario D’Imporzano (“Caco”), Domenico D’Imporzano (“Gianello”), Roberto Melzi (“Rumba”), arrivando entro un mese ad una quarantina di partigiani. Dopo il 18 settembre 1944 il gruppo va in Calabria, fra Godano e S. Maria di Scogna e ad esso si aggiungono Ugo Bonanni, tenente del Genio in SPE e Giovanni Battista Acerbi (“Tino”).

La Brigata, a questo punto, si divide in due distaccamenti ed ha vita in parte segnata, come succede ad altre formazioni di “ribelli”, da problemi di disciplina, non risolvibili tuttavia in un esercito alla macchia solo sulla base di una autorità basata sulla gerarchia (come preferirebbe Coni, la cui mentalità è maggiormente improntata ad un’ottica militare). Non solo, cercano di spacciarsi come aderenti alla formazione elementi che agiscono in proprio e per propri interessi, partecipando ad azioni scorrette quali requisizioni di viveri e denaro. Tutto ciò viene rintuzzato e si registrano anche l’espulsione di uomini che, aggregatisi al Battaglione, sono in realtà irregolari ed irrequieti.

L’impegno del Battaglione trova conferma in una serie di azioni: sia in ottobre un gruppo comandato da Casini attacca con buon esito la caserma della Brigata Nera di Levanto e il 15 ottobre, con successo, il posto di blocco delle Brigate Nere di Buonviaggio alla Spezia. Altri episodi di impegno si registrano a Pogliasca e nella zona di S.Pietro Vara; inoltre il “Matteotti”, insieme a reparti della “Gramsci”, caccia dal paese di Mangia tedeschi e fascisti che perquisiscono case e requisiscono viveri.

Il 24 ottobre 1944 a Santa Maria di Scogna, su ispirazione del Partito Comunista e del Partito Socialista, ma senza che il Comando della I Divisione Liguria ne sappia niente (il colonnello Fontana prende atto della cosa con qualche rammarico il giorno dopo e il CLN ne ratifica semplicemente l’attuazione), si riuniscono i comandanti militari e i commissari politici delle Brigate “Gramsci”[16], “Vanni” e “Matteotti”[17] per creare il Raggruppamento Brigate Garibaldi, pur mantenendo ognuna la propria autonomia. Il nuovo Comando riunito è affidato a Luciano Scotti (“Vittorio”), che lascia la direzione militare della “Gramsci” a Silvio Mari mentre la funzione di Commissario politico va a Vincenzo Puglia[18], sostituito nella funzione di Commissario del “Matteotti” da Tullio Podestà.

L’attività del “Matteotti” prosegue e nella notte fra 1 e 2 novembre 1944 i suoi uomini, favoriti anche dalla complicità del proprietario dell’osteria la “Baracca” e di un sergente, attaccano il presidio fascista sul passo del Bracco, cogliendo nel sonno 34 soldati e ufficiali e disarmandoli. La maggior parte dei disarmati chiede di aderire alle formazioni partigiane ma tre soldati rifiutano. Vengono però invitati da Tullio Podestà a fare comunque un’esperienza di vita partigiana prima di decidere. Proprio su questa decisione si apre il contrasto fra Podestà e Coni che invita il primo ad andarsene. Podestà va alla sede del Raggruppamento Garibaldi per riferire ma, chiamato nel frattempo al Comando Divisione, lì si reca, rimanendovi. Tale episodio dà luogo a ulteriori tensioni e strascichi.

Il colpo alla “Baracca” del Bracco, insieme ad altre azioni di disturbo e di sabotaggio contro la Divisione fascista “Monterosa”, induce gli alpini a iniziare un rastrellamento segnalato già la sera del 10 novembre 1944. Il mattino dopo comincia il combattimento nella cui prima fase i partigiani resistono e reagiscono efficacemente e così succede per il secondo attacco. Ma ad un certo punto i partigiani devono sganciarsi lasciando che la Monterosa occupi la loro sede di Calabria. Cinque partigiani del “Matteotti”, rientrando a Sesta Godano, incappano a Merzò in un reparto alpino. Perdono la vita due di essi, fra cui Emilio Rossi di Portovenere. Viene catturato anche un partigiano della G.L. venutosi a trovare nell’area della “Matteotti”. Subito dopo la fine del rastrellamento alcuni partigiani, fra cui Berardo Gallotti e Mario D’Imporzano, sempre di Portovenere[19], chiedono di passare le linee, ma muoiono in un campo minato vicino a Carrara.

Il 21 novembre Franco Coni chiede al colonnello Fontana una breve licenza, avendo già deciso di riprendere la sua libertà di azione e maturando l’idea di organizzare un suo speciale reparto, la “Compagnia Arditi”, alle dipendenze del Comando Unico di Zona, ma con larghissima autonomia. Nel dicembre 1944 il “Matteotti” nell’ambito della riorganizzazione complessiva che dà luogo alla IV Zona Operativa si fonde con il “Picelli”.

“Matteotti-Picelli”

Fusione del “Matteotti-Picelli” sotto la guida di Nello Quartieri e zone di pertinenza
I termini temporali entro cui è collocabile la fusione fra “Matteotti” e “Picelli” oscillano fra 25 novembre e 9 dicembre 1944. La neonata formazione “Matteotti-Picelli” passa dopo pochissimi giorni dalla fusione sotto la guida di Nello Quartieri “Italiano”, già comandante del “Picelli” il quale assolve alla sua funzione fino alla Liberazione, riuscendo fin dai primi giorni a creare un clima di fattiva intesa fra i due segmenti di partenza e fra tutti gli uomini del Battaglione; Commissario politico è Ugo Bonanni, facente già parte della “Matteotti”, mentre Vincenzo Puglia “Umberto”, già Commissario della “Matteotti”, diventa Commissario del “Raggruppamento Garibaldi”.

Il “Picelli” è dislocato fra Antessio, Airola, Pignona (Sesta Godano”), il “Matteotti” è a Merzò, Calabria e Scogna (Sesta Godano). Le formazioni partigiane limitrofe come zona sono “Vanni” e “Centocroci”.

Fatti d’arme del “Matteotti-Picelli” fino al rastrellamento del 20 gennaio 1945
Dopo poco la fusione dei due tronconi di partenza il “Matteotti-Picelli” entra trionfalmente in Sesta Godano dove avrà modo di svolgere, come diremo in seguito, anche un’ampia azione di governo, quasi a prefigurare quello che la Resistenza avrebbe dovuto fare dopo la Liberazione.

Fra i fatti d’arme del “Matteotti-Picelli”, si può ricordare:

  • quello del 6 dicembre 1944, sull’Aurelia, in cui muore Glicerio Pagani;
  • l’assalto alla Caserma delle Brigate Nere alla Spezia nella notte fra 19 e 20 dicembre 1944 e, di ritorno da essa, lo scontro a Padivarma con una colonna tedesca, sorpresa e sbaragliata;
  • un’ampia azione di rastrellamento nazifascista che riguarda il “Matteotti-Picelli” e il “Vanni” nonché la popolazione civile sulla linea Brugnato-Bozzolo- bassa vallata del torrente Mangia e Cornice, fra 19 e 20 dicembre 1944, in un inverno che si presenta durissimo a livello meteorologico;
  • il ritorno in città, alla Spezia, il 19-20 dicembre 1944, di elementi del Battaglione che attaccano di nuovo la Caserma delle Brigate Nere, causando confusione fra i nemici e perdite in uomini e mezzi.

Il rastrellamento del 20 gennaio 1945
Si arriva così al drammatico rastrellamento del 20 gennaio 1945 con il quale i nazifascisti preponderanti come numero (sono circa ventimila, benissimo armati ed attrezzati per sopportare il rigore invernale) vogliono eliminare il secondo polmone della Resistenza alle spalle della linea Gotica, dopo aver distrutto alla fine di novembre 1944 la Divisione Garibaldi Lunense e ridimensionato la Brigata d’assalto Garibaldi “U.Muccini”, sbloccando le rotabili strategiche del Bracco e della Cisa. Non a caso il 25 gennaio 1945 è prevista la visita di Mussolini a Pontremoli, Aulla e Mocrone, con cui dovrebbe essere sancita l’atteso successo ma, per fortuna, non andrà così.

Il Comando di Zona ha informato i reparti partigiani (circa duemila uomini, decisamente carenti specie come vestiti e cibo) della manovra a tenaglia nazifascista e dei numerosi centri caduti in mano nemica nello Zerasco, Calicese e Pontremolese, avvertendo che solo se le formazioni partigiane riusciranno a sfilare sulla dorsale del monte Gottero e del monte Malone, portandosi in alcune zone rimaste libere nella Vallata del Taro, avranno possibilità di salvezza, sebbene, come dice il colonnello Fontana, Comandante della IV Zona Operativa, “si faccia affidamento anche sulle decisioni dei singoli reparti, da prendere all’ultimo momento, in base ai movimenti dell’avversario”.

Per tutta la durata del 20 gennaio, con cielo sereno e neve altissima sui crinali appenninici, i partigiani oppongono al nemico una forte resistenza fin verso la via Aurelia, a Brugnato. Sulla direttrice Brugnato, Serò, Cassana combatte la IV Compagnia G.L. di G.Pagani, il Battaglione «Gramsci» con «Silvio» Mari e Bastelli si concentra a Scogna, il «M.Vanni» sulla direttrice dapprima di Bozzolo e poi su quella di Serò, dove combatte al comando di Astorre Tanca, il Battaglione “Matteotti-Picelli” con Nello Quartieri nel settore che domina Sesta Godano, distinguendosi soprattutto a Bergassana, a Godano e Calabria presso Scogna. Insistenti sono gli scontri nella pineta di Calabria (dove muoiono Nicola Josa e Ettore Toso). E’ fondamentale che i nazifascisti tardino a inoltrarsi nel territorio: se sfondassero, procederebbero spediti verso monte Antessio, aggirando il «Gramsci» a Scogna e S.Maria per congiungersi con i rastrellanti che provengono da Zeri.

Epica è perciò la resistenza del “Matteotti-Picelli”, per evitare che anche le altre formazioni partigiane vengano accerchiate, per cui esso si sgancia solo verso sera (20,30), passando da Torpiana, dove apprende che la meta è Fontana Gilente (e non Fontana Fredda, come erroneamente in principio si era ritenuto).

Con un percorso accidentato a causa dell’ampiezza dell’occupazione nemica, il Battaglione, diviso in due spezzoni al comando l’uno di Nello Quartieri e l’altro di Giorgio Giuffredi, segue itinerari in parte diversi: nello sganciamento muore, poco dopo Boschetto, Lino Riva. I luoghi toccati sono Chiusola, e poi, dopo Teviggio, con itinerari separati, uno spezzone, con Quartieri, va verso Rio e Groppo, l’altro, con Giorgio Giuffredi, va verso Buto. Ma il nemico è ovunque: occorre arrivare al Gottero per forza. Valicato il Gottero separatamente, la sera del giorno 22, a Montegroppo, si riuniscono i due spezzoni che nella prima mattina del 23 marciano su Albareto dove però gli uomini non possono fermarsi, quindi vanno a Buzzò.

Il 25 arrivano alle Casermette dei Due Santi, quindi a Cervara, a Formentara (dove vengono trovate patate gelate ma provvidenziali). Il 27 transitano per Patigno, Coloretta, Rossano e pervengono alla Madonna del Monte, da cui si domina la Val di Magra e dove i partigiani hanno un po’ di requie: vengono accolti nel caldo delle cascine dai contadini. Rientrano il 1 febbraio 1945 a Pignona, Godano, Antessio sulle posizioni occupate prima del rastrellamento.

Il “Matteotti-Picelli” combatte, ma compie anche azioni di governo
Dopo il rastrellamento, già nella notte fra 8 e 9 febbraio 1945, una squadra del Battaglione attacca sull’Aurelia vicino a Carrodano un autocarro di Brigate Nere, causando numerosi morti.

Nel mese di febbraio si registra anche qualche tensione con Franco Coni, primo comandante del “Matteotti”, il quale, cercando uomini per la nuova Compagnia Arditi da lui comandata (v. Prima Compagnia Arditi), tenta di far leva su elementi particolarmente affidabili del “Matteotti-Picelli”, con il rischio però che il Battaglione venga privato di forze efficienti, cosa però che viene tamponata, a livello di Comando superiore, negando le così dette basse di passaggio.

Dopo il 21 febbraio 1945, arrivato l’ordine da parte del Comando di Brigata “Gramsci” affinché i Battaglioni si strutturino ordinatamente in compagnie, plotoni, e squadre, il “Matteotti-Picelli” è autorizzato a strutturarsi in due compagnie.

Mentre prosegue nelle operazioni più propriamente belliche (sia in Val di Vara che in Val di Magra), il “Matteotti-Picelli” svolge, come anticipato, attività ben più ampie, tendendo ad esercitare nel territorio controllato- nel caso di esso quello di Sesta Godano- autorità e funzioni di governo: fra esse un rapporto proficuo con le autorità civili, la riapertura delle scuole, l’istituzione di un Comando di Polizia relativo ai rapporti fra partigiani e popolazione e che coordina anche la Guardia Civica.

Organigramma finale del “Matteotti-Picelli”, avvenimenti del mese di aprile 1945 e Liberazione
In data 8 aprile 1945 questa è, nei suoi tratti essenziali, la fisionomia del Battaglione:

    Comandante Battaglione: Nello Quartieri
    Commissario politico: Ugo Bonanni
    Aiutante Maggiore: Alessandro Gemini
    Vice-Commissario: Ferruccio Battolini
    I Compagnia “B. Buozzi” (divisa in due plotoni)
    Comandante: Giorgio Giuffredi
    Commissario: Giobatta Centi
    II Compagnia “Picelli” (divisa in due plotoni)
    Comandante Onofrio Cabrelli
    Commissario: Aldo Balestracci

Il territorio di pertinenza è quello della vallata del torrente Gottero e al 12 aprile il Battaglione si accinge a schierarsi intorno a Godano, in attesa di ordini.

Lo stesso giorno la Missione inglese, agli ordini del maggiore Henderson, interpretando a sua volta probabilmente le disposizioni del generale Clark e del Comando Regionale Ligure, ritiene che vada fatta un’azione urgente su Pontremoli per interrompere le comunicazioni con la Cisa.

Su tale azione, temeraria perché riguarda un territorio su cui transitano ingenti quantità di nemici, inspiegabilmente affidata nella maggior parte a formazioni partigiane fuori zona (in quell’area agisce territorialmente la Divisione partigiana “Cisa” dipendente da Parma, mentre le forze al centro del piano appartengono alla IV Zona Operativa), esistono ancora oggi punti poco chiari come sequenza, compiti delle forze in campo e responsabilità.

Nell’impresa, che avviene il 15 aprile 1945, è comunque coinvolto il “Matteotti-Picelli”, su ordine impartito direttamente dal colonnello Fontana a Nello Olivieri. Dunque, l’azione, da tenere riservatissima ed avente come obiettivo Pontremoli, è voluta dagli Alleati e prevede l’intervento combinato di reparti dell’esercito inglese (S.A.S. diretti dal maggiore Henderson) e di forze partigiane italiane: il “Matteotti-Picelli”, una parte della colonna “Giustizia e Libertà” (al capitano Martini di G.L. viene dato il comando dell’impresa) e la Compagnia “Arditi” di Franco Coni, probabilmente un contingente del Battaglione “Pontremolese”, forse con apporti della Brigata “Leone Borrini” e della Divisione “Cisa” (fuori IV Zona Operativa). Il piano tuttavia non risulta attuato con la necessaria coordinazione, da parte soprattutto Alleata, che probabilmente dapprima ha pensato ad un vero e proprio attacco generale contro Pontremoli e poi, di fronte alla difficoltà derivante da una mancata ricognizione completa del terreno, ha ripiegato sull’idea di un’azione più dimostrativa. Sul campo comunque o perché pre-allertati o perché, di fronte a quanto succede, intervengono al momento dello scontro per portare aiuto, si trovano sicuramente anche uomini della Divisione “Cisa” che riportano tre feriti sui tredici feriti totali. Il bilancio in morti è pesante: cinque partigiani, tutti del “Matteotti-Picelli” (Aniello Fiondo, Rino Polacchini, Bruno Guagni, Giorgio Rezzano, Manrico Cadelago).

Dopo l’episodio del 15 aprile, ormai in vista della stretta finale, il Battaglione ha pochi giorni di tempo per riaversi rispetto ad un’operazione non facilmente comprensibile nelle sue linee e nei suoi obiettivi, come quella in cui esso ha lasciato ben cinque caduti.

Il 18 e 19 aprile il Battaglione è radunato a Godano e nei giorni successivi si porta con gli altri Battaglioni garibaldini (“Vanni” e “Maccione”) sull’allineamento Sesta Godano, Bozzolo, Borghetto, in vista della fase finale.

Il 22 aprile i tre Battaglioni ricevono l’ordine di spostarsi su Riccò del Golfo, occupando la Foce, alle spalle della città della Spezia, avendo all’ala sinistra la Brigata “Cento Croci” e sulla destra il battaglione “Zignago” di G.L.

La “Cento Croci”, che si è proclamata garibaldina ai primi di aprile, si ricongiunge così alla Foce con i Battaglioni della Brigata “Gramsci” per combattere l’ultima battaglia contro un centinaio di tedeschi che sono a S. Benedetto e non vogliono arrendersi.

Sulla Foce, all’alba del 25 aprile il Battaglione “Matteotti-Picelli”, incontra le avanguardie della 92° Divisione americana che si dirigono a Genova. Nello stesso giorno del 25 aprile 1945 gli uomini del “Matteotti-Picelli”, con alla testa Nello Quarteri “Italiano”, sfilano con le altre formazioni partigiane per le vie della Spezia.
 

 

Fonti in ordine cronologico (con precedenza a quelle di Archivio)

    • I.9 Serie Battaglione “Matteotti-Picelli”
    • II.10 Serie Comando Battaglione “Matteotti-Picelli”
    • trascrizione di intervista a Nello Quartieri, comandante del “Matteotti-Picelli”
    • Bertonelli, Giulio, Fra Val di Magra e Val di Vara- Le forze spezzine di G.L., in AA.VV., Più duri del carcere, Casa Editrice Emiliano degli Orfini, Genova 1946, pp. 254-256; p.260
    • Lalli, Oscar, Lotta partigiana. Intorno alle Alpi Apuane e sull’Appennino ligure-toscano, marzo 1946 (con riferimento a passi dei capitoli In giro per l’Italia e A La Spezia, a Sarzana, al campo)
    • Ross, Lewis (alias Gordon Lett), Vallata in fiamme, Artigianelli, Pontremoli, 1949, pp.137-138
    • Lett, Gordon, Rossano, E.L.I., Milano, 1958, pp.104-105
    • Jacopini, Renato, Canta il gallo, Edizioni Avanti! 1960, capitolo “Per una piastra di mortaio” (sulla vicenda “Facio”), p.70-74
    • Quartieri, Nello, Ricordo dei partigiani della “Matteotti-Picelli”, in La Spezia, Rivista del Comune, Numero Unico 1964-1965, p.102 e segg.
    • Bollo, Gerolamo, Tra Magra e Vara, La Resistenza alla Spezia, La Moderna, 1969, cap. La resistenza armata-Le formazioni, passim
    • Quartieri, Nello, Note di storia e ideali della Brigata “Matteotti-Picelli”, in La Spezia Rivista del Comune- Ristampa del n.4-6 del luglio-dicembre 1955 in occasione della riunione straordinaria del Consiglio Comunale del 13 Novembre 1971 sul tema “Continuità della Resistenza nella società civile”, p. 69 e segg.
    • “Relazione sul periodo operativo dal 12 al 25 aprile 1945” del Corpo Volontari della Libertà Comando IV Zona Operativa, redatta dal Comandante Mario Fontana (in “Pietro Mario Beghi-Discorsi e scritti dal 1954 al 1966”, ISR La Spezia, 1972, p.147 e segg.)
    • Mugerli, Alfonso, La battaglia del lago Santo, in La Resistenza nello Spezzino e nella Lunigiana, ISR La Spezia, 1973, pp.86-94
    • Quartieri, Nello, La Brigata “Matteotti-Picelli” nel rastrellamento del 20 gennaio 1945 in La Resistenza nello Spezzino e nella Lunigiana, ISR La Spezia, 1973, p.130-135
    • Duranti, Luciano, La Brigata “Matteotti” prima della fusione con il battaglione “Picelli”, Testimonianza, 1976 (Biblioteca ISR, L a Spezia, V/1/40)
    • Ricci, Giulivo, Storia della Brigata “Matteotti-Picelli”, I.S.R. La Spezia, 1978 (testo base per la presente Scheda)
    • Vietti, Giacomo, “L’alta Val Taro nella Resistenza”, Anpi- Parma 1980 pp. 84-90 (su Osacca); pp.118-127 (Il distaccamento “Picelli”); pp.161-176 (sul caso “Facio”)
    • Ricci, Giulivo, La colonna “Giustizia e Libertà”, Fiap-Ass. Partigiani Mario Fontana, ISR P.M.Beghi-SP, 1995 (seguendo i nomi di Castellucci Dante, Coni Franco, Quartieri Nello, Bonanni Ugo)
    • Godano, Cesare, Paideia ’44, Edizioni Giacché, 1997, pp. 170-171, p.179
    • Bianchi, Antonio, La Spezia e Lunigiana, Società e politica dal 1861 al 1945, Franco Angeli, 1999, pp. 405-407; 451-452
    • Gimelli, Giorgio, La Resistenza in Liguria, Cronache militari e documenti, a cura di Franco Gimelli, Carocci, 2005 (seguendo i nomi fondamentalmente di Castellucci Dante, Cabrelli Antonio, Coni Franco, Podestà Tullio, Quartieri Nello, ma anche consultando “Lacune interne” pp.174-175 e passim “E’ necessaria una più rigida disciplina” p.544 e segg.; Rastrellamenti contro le Brigate Matteotti, Gramsci, Centocroci p.549 e segg. passim)
    • Fiorillo, Maurizio, Tesi di Dottorato, Uomini alla macchia, partigiani, sbandati, renitenti, banditi e popolazione nella Lunigiana storica 1943-45, a.a. 2005, con particolare riferimento alle pp.295-312 (Formazione Comando Unico e vicenda “Facio)
    • Seghettini, Laura, Al vento del Nord, Carocci Editore, 2006
    • Capogreco, Carlo, Spartaco, Il piombo e l’argento, La vera storia del partigiano Facio, Donzelli, 2007
    • Gimelli, Franco; Battifora, Paolo, (a cura di), Dizionario della Resistenza in Liguria, Genova, De Ferrari, [2008?], per le biografie di partigiani/ appartenenti alla Resistenza citati nella presente Scheda le cui vicende/decisioni si sono incrociate con la storia dei Battaglioni “Picelli” e “Matteotti” (Battistini Primo, Cabrelli Salvatore, Castellucci Dante, Coni Franco, Fontana Mario, Podestà Tullio, Quartieri Nello, Scotti Luciano)
    • Fiorillo, Maurizio, Uomini alla macchia. Bande partigiane e guerra civile, Lunigiana 1943-45, Laterza, 2010, pp. 167-174 per il caso “Facio”; seguendo comunque i nomi di Albertini Giovanni, Battistini Primo, Cabrelli Antonio, Castellucci Dante, Coni Franco, Jacopini Renato, Ognibene Fermo, Quartieri Nello, Borgatti Antonio, Mari Silvio, Scotti Luciano, solo per le questioni riguardanti il “Picelli”, il “Matteotti” e infine il “Matteotti-Picelli”
    • Madrignani, Luca “Il caso Facio. Eroi e traditori della Resistenza”, Il Mulino, Bologna 2014
    • Il comandante “Italiano” e la ricerca della felicità; “Facio” e Laura, in Pagano, Giorgio, Eppur bisogna ardir, La Spezia partigiana 1943-1945, Edizioni Cinque Terre, 2015
    • Fiorillo, Maurizio “Una breve storia della Resistenza nello spezzino”
    • testimonianza di Nello Quartieri su “Facio” (dattiloscritto del 1970 conservato presso l’ISR della Spezia)
    • Pagano, Giorgio “Il caso Facio e le domande ancora senza risposta
    • Neri, Giorgio, Direttore del Museo Audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo MS “Caso Facio, Neri: “Una coscienza democratica nuova
    • Cattani, Gianni, studioso “Caso Facio, alcune osservazioni dello studioso Cesare Cattani
    • Intervista a Nello Quartieri

Fonti delle fotografie

    • La fotografia di Fermo Ognibene è tratta da questo sito
    • La fotografia di Dante Castellucci è tratta dall’Archivio fotografico I.S.R. La Spezia
    • La fotografia di Franco Coni è stata gentilmente concessa dalla nipote Simona Coni
    • La fotografia del gruppo del Battaglione “Matteotti-Picelli” è tratta da La provincia della Spezia, medaglia d’oro della Resistenza, Ed. Giacché, 1997, p.46)
    • La fotografia in cui Nello Quarteri e Ugo Bonanni sono insieme il giorno della Liberazione è tratta da questo sito.

Gli inserimenti e rielaborazioni delle fotografie sono a cura di Mauro Martone
Le fotografie di Franco Coni fanno parte della collezione privata di Simona Coni
 
 
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Note

[1] I termini Brigata e Battaglione dipendono dal periodo di riferimento. Se si guarda l’Organigramma si può notare che nell’aprile 1945, viene usato il termine Battaglione come unità sottostante la Brigata (quindi “Vanni”, “Maccione” e “Matteotti-Picelli” sono Battaglioni in quanto dipendenti dalla Brigata “Gramsci”). Dopo la formazione della IV Zona (v. Comando IV Zona operativa) bisognerebbe però parlare di Brigata “A. Gramsci” e di Battaglioni “Vanni”, “Matteotti-Picelli” e “Gramsci” (poi ribattezzato “Maccione” per evitare confusioni fra Battaglione “Gramsci” e Brigata “Gramsci” da cui il primo dipende). In realtà si riscontra frequentemente un uso dei termini non univoco che nella presente scheda abbiamo cercato di evitare, anche se non sempre ciò è stato possibile perché abbiamo ripreso fedelmente le denominazioni per come trovate in documenti coevi o in libri storicamente documentati. Secondo Giulivo Ricci in Storia della Brigata “Matteotti-Picelli” (p.182), citato nelle Fonti, si può usare più propriamente il termine di Battaglione dopo il 20 gennaio 1945.

[2] Giacomo Matteotti nasce il 22 maggio 1885 a Fratta Polesine (Rovigo) da una famiglia di possidenti agrari e, molto giovane, nel 1904, prende la tessera del PSI. Laureato in Legge a Bologna, si dedica completamente all’attività politica nelle file del Partito Socialista, divenendo consigliere comunale in alcuni Comuni, sindaco di Villamarzana nel 1912 e di Boara Polesine nel 1914. Allo scoppio della I Guerra Mondiale egli svolge coerente ed attiva propaganda neutralista, essendo anche imprigionato per essa. Chiamato alle armi nel 1916, alla fine della Guerra riprende immediatamente il suo impegno politico e la sua attività nelle cooperative (quest’ultima lo rende particolarmente esperto in questioni amministrative e finanziarie). Eletto deputato nel 1919, viene riconfermato nel 1921 e nel 1924.
Matteotti individua subito i tratti eversivi del movimento fascista che combatte strenuamente da subito, subendo perciò persecuzioni, tanto da essere costretto a lasciare il suo territorio di appartenenza dove particolarmente dure sono le azioni delle squadracce. Nel corso di quegli anni drammatici e della diaspora della Sinistra italiana, in cui nel 1921 avviene la fondazione del Partito Comunista d’Italia, Matteotti aderisce al neonato e riformista Partito Socialista Unitario (PSU) di Turati e Treves, staccatosi anch’esso dal troncone del PSI di Serrati nell’ottobre del 1922. Del PSU Matteotti diventa segretario nazionale e in tale veste, nonostante gli ostacoli frapposti alla sua attività forense e parlamentare dai fascisti, continua la sua strenua opera di difesa dei braccianti agricoli. Dopo l’approvazione della maggioritaria legge Acerbo e dopo le elezioni dell’aprile 1924 che vedono, in un clima di violenze e brogli elettorali, la vittoria fascista, egli denuncia quanto avvenuto in un documentato e forte discorso alla Camera dei Deputati. Immediatamente sul giornale fascista “Il popolo d’Italia” Mussolini scrive che è necessario dare una lezione al deputato del Polesine. La spedizione punitiva contro Matteotti avviene il 10 giugno 1924, quando il deputato socialista è sequestrato, rapito ed assassinato da un manipolo di cinque fascisti (il suo corpo viene fatto ritrovare solo il 15 agosto dello stesso anno, nel Lazio, a Riano Flaminio). Nel frattempo, in un ultimo sussulto, l’Italia antifascista, sebbene ormai esausta per le sconfitte subite, sembra riuscire a sollevarsi, mentre l’opposizione parlamentare, peraltro profondamente divisa, organizza il così detto “Aventino”. Mussolini, dapprima in forte difficoltà, recupera però rapidamente terreno grazie alla connivenza dei poteri forti (innanzitutto la monarchia, i grandi industriali e agrari) ma anche alle debolezze e contraddizioni dell’opposizione. Gli assassini di Matteotti, rei confessi, saranno processati a Chieti due anni dopo. Condannati a miti pene usciranno di lì a poco dalla prigione (La storia siamo noi; Giacomo Matteotti)

[3] Guido Picelli, di umili origini, nasce a Parma il 9 ottobre del 1889. Iscrittosi giovanissimo al Partito Socialista Italiano, quando l’Italia entra nella Ia Guerra Mondiale, coerentemente con il neutralismo socialista, chiede di andare nella Croce Rossa. Spostato in Fanteria come sottotenente di complemento ottiene una medaglia di bronzo e acquisisce un’esperienza militare che si rivelerà utilissima quando la città di Parma respingerà i fascisti nel 1922. Attivissimo nelle file socialiste nel primo Dopoguerra, viene arrestato per l’attività politica che svolge ma liberato a seguito della sua elezione al Parlamento per il Partito Socialista nel 1921. Avvicinatosi al Partito Comunista, rimane tuttavia indipendente da esso su alcune questioni: ad esempio Picelli, fondatore degli Arditi del Popolo a Parma, ritiene che la risposta al fascismo debba essere armata, cosa che mette in pratica nell’agosto 1922 quando, alla testa di 35o Arditi, con l’apporto della popolazione, mette in fuga da Parma gli squadristi di Farinacci e poi di Balbo. In occasione del 1 maggio del 1924, poco prima dell’omicidio Matteotti e della definitiva instaurazione del regime, per protestare contro l’abolizione per decreto della Festa dei lavoratori, issa sul palazzo di Montecitorio la bandiera rossa. Quando nel 1926 il fascismo ormai regime avvia la caccia agli oppositori, Picelli viene arrestato e inviato al confino per 5 anni, prima a Lampedusa e poi a Lipari. Scontata la pena, nel ’32 espatria in Francia, da cui viene espulso per l’ardente propaganda politica che svolge. Si reca così in Belgio ed infine in URSS dove ha incarichi ufficiali ma dove, entrato in contrasto con i metodi staliniani, perde tutte le mansioni assegnategli. Strettamente controllato e interrogato dalla polizia segreta sovietica, decide di fuggire e riesce fortunosamente a farlo nel 1936, arrivando a Parigi. Nella capitale francese entra in contatto con i comunisti spagnoli antistalinisti del Poum (Partito operaio di unificazione marxista) e con gruppi anarchici, partendo poi per la Spagna in cui è scoppiata la guerra contro il golpe franchista. In Spagna, dove probabilmente è sorvegliato dagli stalinisti, assume il comando del IX Battaglione delle Brigate Internazionali, compie numerose azioni gloriose e trova la morte in circostanze mai del tutto chiarite a Siguenza il 5 gennaio 1937. Le sue esequie sono celebrate, per volontà del governo democratico spagnolo, con tre funerali di Stato, a Barcellona, Madrid e Valencia. (v. Bocchi, Giancarlo, Il ribelle. Guido Picelli, una vita da rivoluzionario, con DVD, Implibri, 2013 e “Picelli, soldato della libertà“)

[4] Per evitare di dar luogo a digressioni troppo vaste e che interromperebbero una lettura unitaria della presente Scheda, si preferisce collocare in nota una sintetica biografia di Dante Castellucci “Facio”. Nato nel 1920 a Sant’Agata d’Esaro, in provincia di Cosenza, vive fin da piccolo in Francia, dove il padre ha trasferito la famiglia nel 1922, dopo avere avuto l’ardire di schiaffeggiare un notabile del paese. In Francia Dante denota un temperamento creativo, studia, suona il violino, pittura, scrive poesie ma deve anche aiutare i suoi, assai bisognosi, facendo piccoli lavori. Nel febbraio 1939 i Castellucci, ritrovandosi il capofamiglia disoccupato, devono rientrare in Calabria. Con loro è Dante che, chiamato alle armi, viene assegnato dopo l’inizio del conflitto al fronte alpino, vivendo con grande lacerazione il proditorio attacco italiano alla Francia, terra in cui ha vissuto lungamente e che ha amato. Ricoverato all’Ospedale militare di Alessandria, è dimesso il 18 dicembre 1940 e torna a casa con sessanta giorni di licenza. Proprio a Sant’Agata incontra per la prima volta Otello Sarzi, giovanissimo antifascista, comunista, che fa parte di una famiglia girovaga di attori e burattinai e che si trova in Calabria al confino. Dante diventa amico del giovane, rimane a casa fino a metà febbraio 1941. Ritornato poi in servizio, è destinato ad Acqui Terme in Piemonte, dove può esercitare la sua passione per la pittura, la musica e la scrittura. Destinato alla spedizione italiana in Russia, lascia Acqui il 22 giugno 1942 e rimane in Russia fino a quando, dopo essere rimasto ferito nel corso della così detta “seconda battaglia del Don” in cui perdono la vita ben 74000 soldati italiani, verso la fine del 1942 è avviato in Italia. Ricoverato all’Ospedale di Udine, da cui è dimesso nel gennaio 1943, ha sessanta giorni di licenza, trascorsa però solo in parte in Calabria. Infatti, su sollecitazione dell’amico Otello Sarzi, Castellucci raggiunge la Compagnia della famiglia Sarzi, vicino a Modena. In questo modo egli, seguendo le sue personali attitudini, diventa a sua volta attore, dipingendo anche i fondali del teatro, riadattando testi e suonando vari strumenti musicali. Contemporaneamente, come tutti i Sarzi, da tempo coinvolti nelle attività clandestine del Partito Comunista (la sorella di Otello, Lucia, diffonde il giornale “l’Unità”) svolge attività antifascista e, proprio per tale motivo, ha occasione di incontrare i fratelli Cervi ai Campi Rossi nel Comune di Gattatico, frequentandone assiduamente la cascina e diventandone amico. I Cervi, antifascisti da lungo tempo ed avvicinatisi al Partito Comunista grazie soprattutto al rapporto con la famiglia Sarzi, prima ancora dell’8 settembre, danno vita a forme molteplici di resistenza, cui lo stesso Castellucci partecipa, ad esempio assalendo il poligono di tiro a segno di Guastalla e acquisendo così armi e munizioni il 22 giugno 1943. Nel frattempo Castellucci rientra brevemente in caserma ad Acqui, per ritornare, non più però in licenza bensì ormai disertore, dagli amici emiliani, con cui partecipa alla grande festa per la caduta del fascismo celebrata in piazza a Campegine dai Cervi i quali offrono a tutti la famosa pasta asciutta. Rimasto presso la famiglia dei Sarzi, ne segue gli spostamenti, avendo nella casa dei Cervi il punto di riferimento fondamentale e contribuendo fortemente nei giorni seguiti allo sbandamento dell’8 settembre 1943 ad organizzare la fuga (dai campi di concentramento) e l’ospitalità dei soldati alleati. In questi mesi Castellucci stringe dunque un solido rapporto di amicizia e stima con tutti i Cervi, ma specialmente con Aldo, più anziano di lui di undici anni. I Cervi, comunisti, e tuttavia abbastanza autonomi rispetto al partito reggiano, più attesista, sulla necessità di mettere in atto azioni immediate, avendo rapporti tesi con l’organizzazione comunista reggiana, cercano di stabilire rapporti con quella parmense. Comunque sia, numerosi sono i tentativi e i fatti che li vedono protagonisti insieme a Castellucci, fra cui il disarmo di una caserma dei carabinieri il 6 novembre 1943 a San Martino in Rio. E’ così che intorno alla cascina dei Cervi, peraltro sempre più isolati dal partito comunista di Reggio, si infittisce la trama investigativa fascista e, poiché gli ospiti numerosi della loro cascina non trovano ospitalità presso case amiche e di compagni, quando all’alba del 25 novembre 1943 i fascisti circondano la casa, sono presenti in essa ben dieci italiani, fra cui Dante Castellucci, quattro stranieri, le donne e i bambini della famiglia. Al momento dell’arresto Castellucci, con pronta intuizione, parla solo francese e, ritenuto dai fascisti cittadino straniero, viene rinchiuso in carcere non a Reggio Emilia (dove sono collocati i Cervi) ma alla Cittadella di Parma. Evaso fortunosamente dalla prigione parmense il 25 dicembre 1943, si porta nella zona di Reggio dove, in un quadro contrassegnato da ostilità da parte del Partito comunista locale, cerca, senza riuscirci, di organizzare l’evasione dal carcere dei fratelli Cervi che vengono fucilati il 28 dicembre 1943. Guardato con enorme diffidenza dai comunisti reggiani, circondato da un alone di sospetto anche per la sua incredibile fuga dal carcere, Castellucci si affida ai comunisti parmensi che lo mandano in montagna, per così dire in prova, presso il distaccamento “Picelli”, “scortato” da un compagno latore di una disposizione tassativa per Fermo Ognibene, comandante del “Picelli”, al quale viene detto di fucilarlo qualora faccia qualcosa di sospetto. Raggiunti i monti del Parmense e la formazione del “Picelli” verso la fine di gennaio 1944 presso il lago Pavè, Castellucci instaura un rapporto ottimo con Fermo Ognibene che, ravvisandone le qualità, lo fa caposquadra. E’ nel “Picelli” che Castellucci assume il nome di “Facio”, forse in ricordo del capitano di ventura Bonifacio Cane o per derivazione dal latino “facio”, a significare la necessità di agire, o perché desunto dal Santo ricordato il 18 gennaio in calendario, avendo egli scorso il calendario stesso prima di entrare nella formazione partigiana in cui avrebbe dovuto adottare un soprannome. Castellucci si distingue per impegno ed eroismo in svariate azioni diventando vice comandante del “Picelli”. In particolare è da ricordare l’episodio del Lago Santo, situato sull’alto Appennino, di cui parliamo nella presente scheda. La battaglia del Lago Santo diventa una sorta di leggenda e, a seguito di essa lo stesso “Facio”, diventato comandante del “Picelli” a seguito della morte di Fermo Ognibene, è circondato da un alone eroico. In seguito egli compie altre azioni, allontanandosi però dal territorio parmense e quindi dalla XII Brigata Garibaldi da cui dipende formalmente il “Picelli”, per avvicinarsi a quello lunigianese-spezzino, dove, nelle prime due decadi di luglio, si gettano le basi per collocare le varie bande di resistenti sotto un Comando Unico. In tale contesto il destino di Castellucci si incontra e successivamente, per meglio dire, si scontra con quello di Antonio Cabrelli, “Salvatore” (v. nota 5), che acquisisce progressivamente maggiore autorità dentro il “Picelli” e che vorrebbe spostare decisamente il baricentro della formazione partigiana sul nascente Comando Unico Spezzino, sotto l’egida delle Brigate Garibaldi. In tale quadro, in cui questioni organizzative e problematiche politiche si intrecciano a conflittualità personali, “Facio” viene ad essere vittima di una vicenda ancora oggi difficile da sintetizzare e per la quale rimandiamo in parte al corpo della Scheda, senza alcuna pretesa di esaurire la questione. Il 21 luglio 1944 un Tribunale partigiano, incolpa il comandante del “Picelli”, il quale pochi giorni addietro è stato peraltro oggetto di una specie di attentato non chiarito rispetto a chi ha sparato i colpi, fondamentalmente di avere sottratto materiale da un lancio aereo destinato ad altre formazioni e lo condanna alla pena di morte. “Facio” rimane così incredulo, umiliato e deluso rispetto alle accuse mossegli da rinunciare a difendersi e a fuggire. Alle sue ultime ore di vita (è fucilato all’alba del 22 luglio 1944) è presente la sua compagna, vicecommissario del “Picelli”, Laura Seghettini, la quale, subito dopo la fucilazione di “Facio” viene tenuta sotto stretta sorveglianza ma riuscirà a fuggire verso Parma, ritornando alla XII Brigata Garibaldi di cui diventerà vice-Commissario politico. Il Tribunale, presieduto da Antonio Cabrelli (anche se qualcuno dice invece che egli sarebbe stato pubblico accusatore), composto tutto da elementi comunisti o al partito comunista richiamabili, che giudicano a loro volta un comunista, non ha previsto una componente a difesa, come fa notare amaramente in una lettera di lì a poco Silvio Borgatti, Segretario del Partito Comunista spezzino. Quest’ultimo invia sul posto in ispezione il comunista Paolino Ranieri e condanna quanto avvenuto per l’inusualità sia della composizione del Tribunale che della pena comminata. Su questo grave episodio, ben noto, anche se non chiaro nelle articolazioni, a molti protagonisti coevi, nel dopoguerra si è innestato dapprima un periodo di afasia, reticenza e/o di censura: basti pensare alla motivazione della Medaglia d’argento alla memoria, assegnata nel 1963, da cui non solo non emerge la sostanza dei fatti ma si stravolge addirittura la morte di “Facio” e le circostanze di essa (“Valoroso organizzatore della lotta partigiana, incurante di ogni pericolo, partecipava da prode a numerose e cruente azioni. Scoperto dal nemico si difendeva strenuamente; sopraffatto e avendo rifiutato di arrendersi, veniva ucciso sul posto. Esempio fulgido del più puro eroismo”).
Successivamente, a partire almeno dalla meritoria opera di ricostruzione di Giulivo Ricci nella sua “Storia del Battaglione Matteotti-Picelli” (1978), sono stati scritti libri, saggi, articoli di giornale, alcuni animati da spirito storico rigoroso e volto a ri-costruire l’ambito complessivo dei fatti, altri volti a suscitare polemiche denigratorie contro i garibaldini e/o contro il movimento partigiano della IV Zona. Nelle Fonti citiamo i testi da cui la presente biografia ha tratto documentazione.

[5] Castellini Dante, Casula Luigi, Gianello Luciano, Giuffredi Giorgio, Gnecchi Pietro, Marini Giuseppe, Mori Terenzio, Veroni Lino, Zuccarelli Pietro.

[6] Per evitare di dar luogo a digressioni vaste e che interromperebbero una lettura unitaria della presente Scheda, si preferisce collocare in questa nota una sommaria biografia di Antonio Cabrelli. Antonio Cabrelli nasce a Pontremoli il 7 maggio 1902, muratore, emigra in Francia definitivamente dal 1926, aderendo al Partito Comunista nel 1932. Quattro anni più tardi diventa funzionario del sindacato edili della CGT e viene assegnato all’ufficio manodopera straniera; in questo periodo si reca anche in Spagna per questioni relative a materiale riguardante le Brigate Internazionali. Nel febbraio 1939 è in un certo senso all’apice del suo impegno politico e viene inviato in Tunisia, insieme a Giorgio Amendola e a Velio Spano, su mandato della Confederation Général du Travail, del Partito Comunista Italiano e dell’Unione popolare italiana (Upi), cioè l’organismo unitario fra comunisti e socialisti. Dalla Tunisia, dove ha svolto intensa attività, viene però espulso per sospetta attività collaborazionistica e spionaggio a favore del fascismo. L’accusa è pesantissima, su di essa non ci sarà mai una parola definitiva ed è destinata ad allungare la sua ombra su tutta la vita di Cabrelli, vita in cui, peraltro, frequentemente si registrano episodi ambigui e quindi interpretabili non in modo univoco. Va anche detto che iniziano allora gli accertamenti su di lui del Partito Comunista e che essi si svolgono in tre fasi: a Tunisi e Parigi, fra luglio e settembre 1939, e cioè all’indomani dell’espulsione, in Italia durante la Resistenza con scambio di informazioni fra Parma, La Spezia e Roma, infine con una ripresa nel dopoguerra, quando Cabrelli chiede un’ultima volta di essere riammesso nel Partito. Dopo la Tunisia, ritornato a Parigi, mentre tenta di chiarire la sua posizione con il Partito Comunista italiano in Francia, lo scoppio della II Guerra mondiale comporta l’arresto di comunisti (fra essi Cabrelli) e dissidenti in quanto italiani e la loro traduzione nel campo di concentramento del Vernet (dove sono rinchiusi elementi provenienti anche dalle file fasciste). Cabrelli si ritrova dapprima sospeso dal Partito e successivamente espulso non solo per la questione del collaborazionismo ma anche per altre questioni di dissidenza dalla linea politica nel frattempo evidenziatesi. Ormai isolato da tutti, medita di rientrare in Italia ed è uno dei primi a varcare la frontiera, una volta firmato l’armistizio franco-italiano. Arrestato dalla polizia a Ventimiglia il 2 agosto 1940, viene portato nelle carceri della sua provincia natale, quella di Apuania, e rinchiuso nel castello Malaspina di Massa. Interrogato, rilascia dichiarazioni in cui si pente apparentemente delle sue passate convinzioni, esprime nuovi convincimenti e delinea sommariamente la struttura del Partito Comunista operante in Francia, notizie già in possesso dall’autorità di Pubblica Sicurezza. Tale atteggiamento non lo mette però al riparo dai successivi provvedimenti: il 18 settembre 1940 viene spedito al confino nelle isole Tremiti per ben cinque anni, lì vivendo in modo isolato rispetto ai comunisti che sanno delle sue passate vicende. Trasferito a Lauria (Basilicata) e poi di nuovo alle Tremiti, svolge comunque propaganda antifascista. Caduto il fascismo, protesta con gli altri confinati per essere liberato; nuovamente arrestato, acquista la libertà prima dell’8 settembre, tornando a casa, a Baselica, nel comune di Pontremoli (MS) il 24 agosto 1943. Nessuno però in zona conosce al momento le sue vicende pregresse riguardo alla Tunisia e alla successiva espulsione dal PCI. Sono tempi di non facili comunicazione ed in cui non è facile avere notizie sicure su persone e fatti. In questo contesto Cabrelli prende i primi contatti con la Resistenza parmense e stende un memoriale che fa arrivare a Roma al Partito: in esso omette il provvedimento di espulsione dal Partito Comunista, presentandosi come un sospeso da esso per questioni certamente di minore importanza, riguardanti la propria sfera privata e sentimentale, rispetto alla quale aveva mentito al Partito su una donna che lo aveva accompagnato in Tunisia. Proprio perciò chiede di rivedere la sua posizione e di essere impiegato nella lotta in qualche ruolo. Cabrelli però il 25 gennaio 1944 cade di nuovo in mano fascista; inviato a Parma per sospetta partecipazione a bande armate, il 15 aprile 1944 si autorizza il suo internamento in un campo di concentramento presso Salsomaggiore, ma il 12 maggio 1944 riesce a fuggire, approfittando di un bombardamento durante il trasferimento al carcere di Massa. Accompagnato da un alone di sospetti da parte del Partito Comunista parmense, si sposta verso la Lunigiana, dove entra nel Battaglione “Picelli”, comandato da Dante Castellucci “Facio”, personaggio assurto a grande notorietà per le molteplici azioni compiute (v. nota 3 nella presente Scheda). “Facio” è stato messo in guardia dai compagni parmensi rispetto ai nodi da sciogliere sul passato di Cabrelli, il quale, peraltro, dotato di buone capacità dialettiche e di una preparazione politica notevole e spendibile come commissario politico, diventa appunto commissario di un distaccamento del “Picelli”. E’ così che Cabrelli, approfittando anche delle assenze di “Facio”, frequentemente impegnato in azioni di guerra e/o finalizzate ad assicurare sostentamento al Battaglione in grave penuria di cibo, armi, vestiti, acquisisce progressivamente maggiore autorità dentro il “Picelli”. Si tenga conto del fatto che il Battaglione è in questo momento dipendente dalla XII Brigata Garibaldi di Parma e che invece Cabrelli vorrebbe spostare decisamente il baricentro della formazione partigiana sul nascente Comando Unico Spezzino, sotto l’egida delle Brigate Garibaldi, in cui aspira a rivestire ruoli importanti. In questo complesso quadro che si delinea fra fine giugno e prime decadi di luglio 1944, si intrecciano dunque questioni organizzative, problematiche politiche nonché conflittualità personali. Certo è che in esso “Facio” viene ad essere vittima di una vicenda ancora oggi difficile da sintetizzare e per la quale rimandiamo in parte al corpo della Scheda, senza alcuna pretesa di esaurire la questione. Il 21 luglio 1944 un Tribunale partigiano incolpa il comandante del “Picelli” fondamentalmente di avere sottratto materiale da un lancio aereo destinato ad altre formazioni e lo condanna alla pena di morte. “Facio” rimane così incredulo, umiliato e deluso rispetto alle accuse mossegli da rinunciare a difendersi e a fuggire. Alle sue ultime ore di vita (è fucilato all’alba del 22 luglio 1944) è presente la sua compagna, vicecommissario del “Picelli”, Laura Seghettini, la quale, dapprima tenuta sotto stretta sorveglianza, emigrerà poi a Parma, ritornando alla XII Brigata Garibaldi di cui diventerà vice-Commissario politico. Il Tribunale, presieduto da Antonio Cabrelli (anche se qualcuno dice invece che egli sarebbe stato pubblico accusatore), composto tutto da elementi comunisti o al Partito Comunista richiamabili, che giudicano a loro volta un comunista, non ha previsto una componente a difesa, come fa notare amaramente in una lettera di lì a poco Silvio Borgatti, segretario del Partito Comunista spezzino.
Ai convulsi giorni della formazione del Comando Unico (per un approfondimento v. Comando IV Zona Operativa), al cui vertice vengono posti in qualità di Comandante il colonnello Mario Fontana e di Commissario Politico appunto Antonio Cabrelli, seguono quelli drammatici del rastrellamento dei primi di agosto 1944, durante il quale la maggior parte delle formazioni partigiane spezzine si sbanda, necessitando successivamente di un faticoso lavoro da parte del CLN ma anche del Partito Comunista per riconfermare il Comando Unico e riorganizzare al meglio le forze presenti. In tale problematico frangente Antonio Cabrelli rimane Commissario politico della I Divisione Liguria, riconfermato in questo ruolo quando si formalizzerà la IV Zona Operativa, ma su di lui si addenseranno via via critiche sempre più consistenti, a causa delle quali sarà destituito dall’ importante carica ricoperta e sostituito dal comunista Tommaso Lupi “Bruno” prima del rastrellamento del 20 gennaio 1945. Nel frattempo Cabrelli ha chiesto al Partito Comunista di prendere una decisione sulla sua riammissione al Partito stesso che però non viene concessa, tanto che di lui nel marzo 1945 si parla come di un ex compagno. Dal gennaio 1945 in poi egli cerca di organizzare una piccola formazione partigiana, il Battaglione “Pontremolese”, ma anche da qui viene allontanato per il suo comportamento in generale. Escluso da ruoli importanti nel movimento partigiano, nel dopoguerra diventa per un certo periodo segretario dell’ANPI, impegnandosi, forse con l’intento di acquisire credibilità, nel sostegno morale, economico e legale verso decine di partigiani in attesa di giudizio per reati commessi durante o dopo il periodo resistenziale. Nello stesso periodo egli chiede ancora al PCI di essere riammesso nelle sue file. Essendogli stato questo rifiutato, opera presso la Camera del Lavoro di Pontremoli, entra quindi nel Partito Socialista e viene eletto Consigliere Comunale a Pontremoli. Muore a seguito delle ferite riportate in un incidente d’auto il 17 ottobre 1963.

[7] Ripercorrere tutti i passaggi degli avvenimenti di quel luglio è impossibile in una semplice scheda. Si invita perciò il lettore a consultare più ampiamente i testi citati nelle Fonti valutandoli in tutta la loro complessità.

[8] Fra le altre imputazioni c’è quella di avere minacciato di fucilazione uomini del distaccamento “Gramsci”, accusati di ammutinamento dal “Picelli”, di avere imbastito false accuse contro Cabrelli e quella, gravissima in tempi segnati da penuria grave di armi e mezzi materiali, di avere appunto sottratto materiale aviolanciato e destinato ad altra formazione, cioè alla “Signanini” (“Vanni”) di Primo Battistini “Tullio”.

[9] V. Nota biografica n.1su Luciano Scotti

[10] V. Nota biografica n. 10 su Renato Jacopini

[11] V. Note biografiche n. 8,16,20 su Tullio Battistini; v. Scheda Battaglione M. Vanni, ibidem, fino al rastrellamento dei primi di agosto 1944

[12] V. Nota biografica n.4 su Giovanni Albertini

[13] Commissario politico del “Picelli” è Tullio Podestà, comunista, che subito dopo il rastrellamento di Agosto il P.C.I. ha inviato in montagna per rafforzare la situazione del Battaglione. Egli lascia tale incarico il 24 ottobre, quando diventa Commissario del Battaglione “Matteotti”, nell’ambito delle risistemazioni avvenute con la fondazione del “Raggruppamento Brigate Garibaldi” a Santa Maria di Scogna (24 ottobre 1944). V. . Ricci, Giulivo, Storia della Brigata Matteotti-Picelli, I.S.R. La Spezia, 1978, p.167

[14] Il 31 ottobre 1944 la situazione sembra essersi chiarita e il “Picelli” rientra dalla Formentara di Zeri e dal Bagnonese in zona, a Sesta Godano, grazie al fatto che Nello Quartieri, Giorgio Giuffredi e Tullio Podestà vanno a Compione (Bagnone) e convincono i partigiani a prendere questa decisione (v. Ricci, Giulivo, Storia della Brigata Matteotti-Picelli, I.S.R. La Spezia, 1978).

[15] Per una Nota Biografica estesa su Franco Coni, v. Scheda

[16] La Brigata “Gramsci” si chiamerà successivamente “Maccione” per evitare confusioni fra Brigata “Gramsci” onnicomprensiva dei Battaglioni ad essa afferenti e i singoli Battaglioni.

[17] V. nota 1 della presente Scheda.

[18] Vincenzo Puglia “Umberto” dopo la carica di Commissario nel Raggruppamento Brigate Garibaldi, va all’Intendenza del Comando Divisione e poi di Zona (v. sempre v. Ricci, Giulivo, Storia della Brigata Matteotti-Picelli, I.S.R. La Spezia, 1978, p. 182).

[19] V. approfondimenti su Rossi, Gallotti, D’Imporzano